Le vertenze che attraversano oggi la metalmeccanica italiana non sono episodi separati. Electrolux, automotive, ex Ilva, Piombino, ma anche il futuro di realtà solide come Hitachi Rail, raccontano tutte la stessa questione: il nostro Paese deve decidere quale industria vuole avere nei prossimi dieci o vent’anni.
Non possiamo continuare a intervenire soltanto quando una fabbrica annuncia esuberi, quando un investimento si blocca o quando una produzione rischia di essere trasferita all’estero. A quel punto il sindacato viene chiamato a gestire le conseguenze di scelte già compiute. Servono invece una politica industriale e una capacità di programmazione che anticipino i problemi, orientino gli investimenti e costruiscano una prospettiva per gli stabilimenti e per le persone che ci lavorano.
La vicenda Electrolux è molto chiara. Il Governo ha chiesto all’azienda di sospendere le iniziative unilaterali e di presentare una nuova proposta. È un primo risultato, ma non basta. Il piano originario prevede quasi duemila lavoratrici e lavoratori coinvolti, la chiusura di Cerreto d’Esi, la perdita di produzioni e una riduzione complessiva di oltre un milione di pezzi. Le modifiche prospettate su Forlì, Susegana, Porcia e Solaro possono attenuare alcuni effetti, ma non cambiano ancora la direzione generale. La competitività non può essere recuperata tagliando occupazione, ricerca, sviluppo e capacità produttiva. A settembre serviranno proposte concrete per ogni stabilimento: prodotti, volumi, investimenti e garanzie occupazionali.
Lo stesso vale per l’automotive. La crisi non riguarda più soltanto Stellantis o singoli siti: investe l’intera industria europea. La domanda è debole, l’energia costa più che altrove e la concorrenza asiatica corre rapidamente sul terreno delle batterie, dell’elettronica e del software. Non mettiamo in discussione gli obiettivi ambientali, ma regole costruite quasi esclusivamente su divieti e sanzioni rischiano di ridurre la produzione europea senza creare una filiera alternativa. La transizione deve essere accompagnata da investimenti, infrastrutture, neutralità tecnologica e risorse adeguate. Per questo chiediamo il ripristino del Fondo automotive e un vero criterio di contenuto europeo: gli incentivi pubblici devono premiare chi produce, investe, fa ricerca e crea occupazione in Europa, non chi vi realizza soltanto l’assemblaggio finale.
Sull’ex Ilva siamo davanti a una scelta decisiva. Dopo quattordici anni di commissariamenti, decreti, risorse pubbliche e trattative fallite, il Governo deve presentare ai sindacati le offerte complete, le garanzie finanziarie, i piani industriali e le garanzie occupazionali per tutti i lavoratori in ogni stabilimento. Non abbiamo pregiudizi verso nessun investitore, ma non è tollerabile utilizzare risorse pubbliche per finanziare un progetto che preveda il taglio di più della metà della forza lavoro. Se una parte fondamentale della produzione primaria e del preridotto viene trasferita all’estero, la decarbonizzazione rischia di diventare soltanto un pretesto per delocalizzare produzione, competenze e lavoro.
L’acciaio è una materia strategica per l’intero sistema industriale italiano. Senza una produzione siderurgica nazionale adeguata diventano più fragili l’automotive, la cantieristica, le infrastrutture, la difesa e tutta la manifattura. Per questo lavoro, ambiente e produzione devono stare dentro lo stesso progetto. Se nessun soggetto privato è in grado di garantire insieme questi tre obiettivi, lo Stato deve assumersi fino in fondo la responsabilità di salvaguardare l’interesse generale, senza avere come unico obiettivo quello di disimpegnarsi da una vertenza lunga e vergognosa.
Piombino dimostra che non basta annunciare un investimento se l’Accordo di Programma resta debole e privo di garanzie sufficienti. Il progetto Metinvest-Danieli è strategico, ma mancano ancora piani industriali chiari per tutte le realtà coinvolte, strumenti di controllo pubblico, certezze sui tempi e risposte occupazionali. Ritardi, autorizzazioni incomplete e organismi di monitoraggio mai attivati continuano intanto a tradursi in più cassa integrazione e più incertezza. I lavoratori non possono pagare ancora il prezzo di impegni non rispettati: servono accordi vincolanti, investimenti verificabili e un progetto capace di trasformare davvero Piombino in produzione e lavoro.
Esistono anche realtà che attraversano una fase positiva. Hitachi Rail ha portafogli ordini e livelli di saturazione elevati almeno fino al 2027. Ma proprio per questo bisogna guardare oltre il PNRR, programmando fin da ora il dopo 2028. Il tempo della crescita deve essere utilizzato per rafforzare organizzazione, occupazione, competenze e filiera degli appalti. Anche l’intelligenza artificiale deve essere governata attraverso la contrattazione: può migliorare i processi, ma non può essere introdotta unilateralmente senza discutere i suoi effetti sul lavoro, sulla salute, sulla sicurezza e sulle professionalità.
Questo è il significato più profondo della partecipazione sindacale. Non significa difendere il passato o opporsi all’innovazione. Significa permettere a chi lavora di contribuire alle trasformazioni, individuare in anticipo i rischi e costruire soluzioni più solide. Vale per le nuove tecnologie, ma vale ogni giorno anche per la sicurezza. Il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza non è una figura formale: deve conoscere il lavoro reale, entrare nei reparti, essere consultato prima delle riorganizzazioni e verificare che la prevenzione non rimanga soltanto sulla carta.
Partecipazione significa anche trasparenza. Le nuove regole sulla parità retributiva possono aiutare a far emergere differenze salariali che troppo spesso restano nascoste nei premi, nelle opportunità di carriera e nei trattamenti accessori. Ma una norma produce risultati soltanto se diventa uno strumento concreto nelle aziende e nella contrattazione. La parità salariale non è una questione riservata alle donne: riguarda il valore attribuito al lavoro e la qualità del sistema produttivo.
Anche la vertenza Cogne Acciai Speciali dimostra quanto siano importanti relazioni industriali fondate sul confronto. La disdetta del contratto integrativo ha rotto un equilibrio costruito negli anni su salario, diritti e organizzazione del lavoro. La risposta dei lavoratori e il risultato delle ultime elezioni Rsu e Rls, che hanno visto la Uilm arrivare prima conquistando cinque delegati, confermano la richiesta di una rappresentanza forte, presente nei reparti e capace di difendere le conquiste raggiunte senza rinunciare a costruire il futuro industriale dello stabilimento.
La crescita della Uilm nelle elezioni Rsu dimostra che questa impostazione viene riconosciuta nelle fabbriche. Dai risultati di Tewi, Ettore 1910 e Nidec Asi alle nuove rappresentanze conquistate in aziende dove prima non eravamo presenti, emerge una fiducia che nasce dal lavoro quotidiano, non dagli slogan. Una rappresentanza forte serve proprio a questo: essere presenti dove si prendono le decisioni e dare voce alle persone nelle fasi di cambiamento.
Le crisi industriali non si risolvono soltanto riducendo il numero degli esuberi. E le transizioni non si governano semplicemente fissando nuove scadenze. Occorre stabilire quali produzioni vogliamo mantenere, quali tecnologie sviluppare, quali competenze formare e quale ruolo affidare allo Stato, alle imprese e al sindacato.
La Uilm vuole stare in questo confronto senza nostalgie e senza subalternità. Siamo pronti a discutere di innovazione, produttività e cambiamento, ma chiediamo che ogni trasformazione produca anche lavoro, sviluppo e autonomia industriale. È questa la direzione da costruire: non difendere ciò che esiste a qualsiasi costo, ma impedire che il futuro venga deciso senza industria e senza lavoratori.
