Ex Ilva, serve verità su produzione, occupazione e futuro della siderurgia italiana

Martedì 28 luglio il Governo incontrerà a Palazzo Chigi le organizzazioni sindacali per riaprire il tavolo permanente sull’ex Ilva. La convocazione è arrivata dopo la richiesta urgente di Fim, Fiom e Uilm e la decisione dei sindacati di procedere, in assenza di risposte, con un’autoconvocazione nazionale. Questa volta, però, non può essere l’ennesima riunione interlocutoria. Dopo mesi di indiscrezioni, rinvii, offerte modificate e trattative mai chiarite fino in fondo, il Governo dovrà dire quale futuro intende costruire per il più importante gruppo siderurgico italiano.
Sul tavolo ci sono la possibile cessione a Jindal, il rilancio presentato da Flacks, il destino degli impianti, le risorse necessarie per garantire la continuità produttiva e la condizione di migliaia di lavoratori.
“Il 28 luglio non vogliamo essere semplicemente informati su decisioni già assunte”, avverte il Segretario generale della Uilm, Davide Sperti. “Vogliamo conoscere le offerte complete, le garanzie finanziarie, il piano industriale e le garanzie occupazionali per tutti i lavoratori in ogni stabilimento”.

UNA GARA SENZA UN PUNTO FERMO
La procedura di vendita ha già attraversato diverse fasi e altrettanti fallimenti. Nel 2025 i commissari avevano indicato come migliore offerente il consorzio guidato da Baku Steel, preferendolo anche a Jindal sulla base di solidità finanziaria, sostenibilità industriale, occupazione e ricadute sui territori. La trattativa con il gruppo azero, però, non arrivò mai alla conclusione.
Jindal, che nella fase finale del 2025 aveva prospettato, secondo le ricostruzioni della stampa, un impegno molto rilevante tra acquisizione e investimenti, si ritirò dalla procedura per poi rientrare nel marzo 2026 con una nuova proposta vincolante.
Nel frattempo, il Governo aveva autorizzato una trattativa in esclusiva con Flacks Group, fondo statunitense senza una diretta esperienza nella produzione siderurgica.
Oggi Jindal viene indicata come la soluzione favorita, mentre Flacks contesta la trasparenza della procedura e rivendica un piano industriale e occupazionale migliore. La domanda, quindi, è inevitabile: quali sono i criteri con cui il Governo intende scegliere e perché sembrano diversi da quelli utilizzati appena un anno fa?

JINDAL E IL RISCHIO DI UNA “MINI ILVA”
Jindal è un gruppo siderurgico internazionale, dispone di impianti e una propria rete di approvvigionamento. È un elemento rilevante, ma non sufficiente. La solidità di un progetto non può essere misurata soltanto dal nome dell’acquirente.
Secondo le informazioni circolate finora, il piano prevederebbe una fase transitoria con due altoforni e una produzione di circa quattro milioni di tonnellate. A regime, però, a Taranto resterebbe un solo forno elettrico, capace di produrre circa due milioni di tonnellate di acciaio primario. Altri quattro milioni di tonnellate di bramme arriverebbero dall’Oman, dove Jindal realizzerebbe due impianti DRI e due forni elettrici. I sei milioni complessivi alimenterebbero poi le lavorazioni a valle di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi.
Il nodo più pesante riguarda l’occupazione: il piano potrebbe comportare il taglio di più della metà’ della forza lavoro. Si tratterebbe di un modello meno costoso e probabilmente più semplice da realizzare, ma anche di una scelta che sposterebbe fuori dall’Italia una parte decisiva della produzione primaria, degli investimenti, delle competenze e del valore industriale.
“Se a Taranto restassero soltanto due milioni di tonnellate di acciaio primario e il resto delle bramme arrivasse dall’Oman – dichiara Sperti – la decarbonizzazione diventerebbe solo un pretesto per delocalizzare produzione e lavoro”.

FLACKS RILANCIA, MA SERVONO GARANZIE
Flacks ha presentato una nuova proposta basata sulla costituzione di Flacksider, una società partecipata dal fondo, dallo Stato e da due imprese strategiche del settore. Il piano prevederebbe l’approvvigionamento iniziale di semilavorati per garantire la continuità produttiva, la bonifica del sito e la realizzazione di un nuovo impianto green progettato da Danieli, basato su DRI e forni elettrici. La capacità a regime sarebbe di circa quattro milioni di tonnellate, con una riduzione dell’organico che il fondo definisce limitata e temporanea.
Sulla carta è una proposta più favorevole sul piano occupazionale rispetto a quella attribuita a Jindal. Ma anche in questo caso gli annunci non bastano. Devono essere chiariti il capitale realmente disponibile, le garanzie bancarie, il ruolo dei partner industriali, le risorse pubbliche richieste e i tempi degli investimenti.
La Uilm non deve scegliere tra un gruppo industriale e un fondo finanziario sulla base delle rispettive campagne di comunicazione. Deve poter valutare progetti completi, finanziati e vincolanti.

IL DRI NON È UN DETTAGLIO TECNICO
A rendere il quadro ancora più incerto è lo spostamento delle risorse originariamente destinate al progetto DRI di Taranto. Il Governo ha eliminato il vincolo specifico sul preridotto, consentendo al Mimit di utilizzare le somme residue per la decarbonizzazione dell’intera siderurgia.
Non è un passaggio tecnico. Senza una produzione nazionale di DRI, i futuri forni elettrici dipenderebbero stabilmente dalle importazioni. L’Italia rischierebbe così di sostituire la dipendenza dal carbone con una nuova dipendenza industriale e logistica dall’estero.
Il tema emerge con particolare evidenza nel piano attribuito a Jindal, che concentrerebbe in Oman sia gli impianti di preridotto sia una parte rilevante della produzione di acciaio.
Il Governo deve quindi chiarire se il progetto nazionale del DRI esiste ancora, dove sarà realizzato, chi lo finanzierà e in quali tempi.
“Le risorse per il DRI erano state stanziate per costruire la transizione dell’ex Ilva, non per alimentare un fondo indistinto”, afferma Sperti. “Se il Governo ha cambiato strategia deve dirlo apertamente assumendosene la responsabilità ”.

MIGLIAIA DI LAVORATORI VIVONO GIÀ NELL’INCERTEZZA
Mentre si discute delle offerte, la crisi continua a scaricarsi sulle persone. Tra i dipendenti di Acciaierie d’Italia coinvolti dalla cassa integrazione e quelli rimasti in Ilva in amministrazione straordinaria, circa 4mila lavoratori diretti vivono già sotto ammortizzatore sociale. A questi si aggiungono le migliaia di addetti dell’indotto e degli appalti.

IL 28 LUGLIO SERVONO RISPOSTE , NON PROMESSE
Al tavolo di Palazzo Chigi la Uilm chiederà piani dettagliati e risposte certe: quale sarà il destino di ciascuno stabilimento.
Dopo quattordici anni di commissariamenti, decreti, risorse pubbliche e trattative fallite, i lavoratori dell’ex Ilva chiedono verità. “Non abbiamo pregiudizi verso nessun investitore”, conclude Sperti. “Ma non firmeremo assegni in bianco e non è tollerabile dare soldi pubblici ad un privato per licenziare le persone. Lavoro, ambiente e produzione devono stare dentro lo stesso progetto. Se nessun privato è in grado di garantirlo, lo Stato deve assumersi fino in fondo la responsabilità di salvaguardare l’interesse generale senza avere il solo obiettivo di disimpegnarsi rispetto ad una vertenza lunga e vergognosa”.

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