Il Governo ha chiesto a Electrolux di sospendere ogni iniziativa unilaterale e di presentare una nuova proposta industriale per l’Italia. Dopo la plenaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la vertenza ripartirà il 3 e 4 settembre con due incontri tecnici, per poi tornare al tavolo politico ai primi di ottobre. Per la Uilm, però, la pausa concessa all’azienda avrà senso soltanto se servirà a cambiare radicalmente il piano: non basta rendere meno pesanti le conseguenze sociali, occorre salvaguardare stabilimenti, produzioni, occupazione e competenze.
UN PIANO ANCORA DA CAMBIARE
Il piano originario presentato da Electrolux prevede 1.719 esuberi, di cui 994 tra gli operai e 725 nelle funzioni di staff, direzionali e di ricerca, ai quali si aggiungono oltre 200 lavoratori con contratto a termine. La proposta contempla inoltre la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, la cessazione delle lavasciuga a Porcia e il trasferimento dei piani cottura a gas prodotti a Forlì. Un ridimensionamento che, nella sua formulazione iniziale, farebbe scendere la produzione italiana da circa 3,6 a 2,5 milioni di pezzi.
Nel corso del confronto tecnico l’azienda ha prospettato alcune modifiche, che tuttavia restano subordinate al recupero di competitività sul costo dell’energia, sul CBAM e sulla produttività. A Forlì potrebbero rimanere circa 200mila dei 400mila piani cottura oggi realizzati, insieme alla grande maggioranza dei forni inizialmente destinati in parte alla Polonia; Susegana potrebbe mantenere i volumi attuali attraverso l’assegnazione di nuovi prodotti e un diverso mix produttivo; Porcia potrebbe salire dai 500mila pezzi previsti nel piano originario a circa 600mila lavatrici, senza però salvare le circa 200mila lavasciuga; Solaro dovrebbe puntare a raggiungere l’ambizioso obiettivo di 700mila lavastoviglie annue. Si tratta di aperture ancora parziali e prive di garanzie definitive. Non è stata presentata una nuova ripartizione degli esuberi, restano confermati i tagli alle funzioni di staff e, soprattutto, non è stata individuata alcuna soluzione industriale per Cerreto d’Esi. Per questo la Uilm considera insufficienti le modifiche prospettate: possono mitigare alcuni effetti del piano, ma non ne cambiano ancora la traiettoria complessiva.

NON BASTA ATTENUARE LE CONSEGUENZE
Il punto centrale posto dalla Uilm è che la discussione non può limitarsi agli ammortizzatori sociali o alle modalità con cui accompagnare gli esuberi. La traiettoria industriale deve essere modificata prima che le scelte annunciate diventino irreversibili.
“Il problema non è rendere socialmente più sopportabile un piano sbagliato, ma cambiarne la direzione. Non accetteremo che la competitività venga recuperata chiudendo Cerreto d’Esi, riducendo le produzioni italiane e scaricando ancora una volta sui lavoratori il peso delle difficoltà industriali”, afferma il segretario generale della Uilm, Davide Sperti.
Le modifiche ipotizzate finora dall’azienda restano insufficienti e condizionate a circostanze ancora incerte. Non garantiscono la continuità di Cerreto, non saturano pienamente gli altri stabilimenti e non chiariscono quale sarà il futuro delle funzioni strategiche. La vertenza, dunque, non può essere chiusa con qualche volume recuperato o con una semplice riduzione del numero degli esuberi.
ENERGIA, EUROPA E COMPETITIVITÀ
Electrolux indica tra le principali cause della crisi il costo dell’energia, le distorsioni determinate dalle normative europee e il divario competitivo rispetto ai produttori asiatici. Questioni reali, che non possono però essere risolte aumentando i ritmi di lavoro o comprimendo ulteriormente l’occupazione.
Proprio perché una parte dei problemi non dipende direttamente dall’azienda o dal sindacato, serve un intervento straordinario del Governo e dell’Unione europea. La Uilm chiede misure sul costo dell’energia, una revisione del CBAM che eviti di penalizzare i produttori europei di elettrodomestici e il riconoscimento del comparto come settore strategico. Senza politiche comuni su energia, concorrenza internazionale e investimenti, ogni trattativa rischia di trasformarsi in una gara al ribasso tra stabilimenti e Paesi.
DIFENDERE RICERCA E COMPETENZE
Particolarmente grave è la prospettiva di una riduzione delle funzioni di staff, direzionali e di ricerca e sviluppo. Non si tratta di attività accessorie: progettazione, innovazione e sviluppo dei nuovi prodotti determinano la capacità degli stabilimenti di attrarre investimenti e mantenere nel tempo le produzioni.
La storia della stessa Electrolux dimostra che la difesa dell’occupazione passa dalla costruzione di missioni industriali credibili. L’accordo del 2014 garantì la continuità dei quattro principali stabilimenti italiani, confermò in Italia i centri di competenza e accompagnò la riorganizzazione con circa 150 milioni di euro di investimenti. Allora il confronto non si limitò a evitare le chiusure, ma assegnò a Porcia, Susegana, Forlì e Solaro prodotti, tecnologie e funzioni strategiche.
SETTEMBRE SARÀ IL BANCO DI PROVA
La sospensione delle iniziative unilaterali rappresenta quindi soltanto un primo risultato. Nei prossimi incontri dovranno emergere risposte precise per ciascun sito: nuovi prodotti, investimenti verificabili, volumi sufficienti, tutela delle competenze e garanzie occupazionali.
“A settembre Electrolux dovrà presentarsi con proposte concrete, non con ipotesi subordinate a condizioni future. Servono investimenti, nuovi prodotti e garanzie per ogni stabilimento. Nessuna chiusura e nessun licenziamento: il tempo dei rinvii è finito, ora bisogna costruire un vero futuro industriale per Electrolux in Italia”, conclude Sperti.
La vertenza non riguarda soltanto quasi 2mila lavoratori, ma la permanenza nel Paese di un’intera filiera industriale. Il prossimo confronto dovrà chiarire se Electrolux intende continuare a investire realmente in Italia o limitarsi a gestire un progressivo ridimensionamento. Per la Uilm, la seconda strada non è negoziabile.
