Da tempo ormai c’è una parola che ricorre in ogni confronto industriale: transizione. Transizione ecologica, digitale, energetica, tecnologica. È una parola importante, perché racconta un cambiamento reale che attraversa la manifattura, le filiere, gli stabilimenti e il lavoro. Ma proprio per questo va maneggiata con serietà. La transizione non può diventare un alibi per rinviare le scelte, per scaricare sui lavoratori i costi delle riorganizzazioni o per mascherare l’assenza di una politica industriale.
La Uilm non è contro il cambiamento. Sarebbe miope non vedere che il futuro dell’industria passerà da nuovi impianti, nuove tecnologie, intelligenza artificiale, decarbonizzazione, competenze più avanzate, sicurezza e qualità del lavoro. Ma diciamo con altrettanta chiarezza che nessuna transizione può essere giusta se lascia indietro le persone. Non esiste innovazione vera senza tutela dell’occupazione. Non esiste sostenibilità ambientale senza continuità produttiva. Non esiste competitività se i lavoratori vengono considerati una variabile da comprimere.
Il caso dell’ex Ilva lo dimostra con forza. Siamo davanti alla più importante vertenza industriale del Paese, ma da troppo tempo manca una direzione chiara. Si continua a parlare di rilancio, transizione e decarbonizzazione, ma i lavoratori attendono ancora un piano industriale vero, tempi certi, investimenti verificabili e garanzie occupazionali per tutto il gruppo. Il Governo deve dire con chiarezza quale futuro immagina per l’ex Ilva: se vuole davvero rimettere in piedi la produzione di acciaio in Italia, risanare gli impianti, tutelare l’ambiente e salvaguardare il lavoro.
Non parliamo solo di Taranto. Parliamo di tutti gli stabilimenti del Gruppo, dei lavoratori diretti, dell’indotto, degli appalti, di Ilva in Amministrazione Straordinaria, di famiglie e territori che da troppo tempo vivono sospesi. Dietro ogni attesa ci sono salari impoveriti, professionalità che rischiano di disperdersi, comunità ferite e impianti che arretrano. La decarbonizzazione e la transizione industriale senza un progetto concreto rischiano di restare parole vuote. Per la Uilm non basta indicare un obiettivo: bisogna costruire le condizioni per raggiungerlo, tenendo insieme continuità produttiva, salute, ambiente, sicurezza e piena tutela dell’occupazione.
Lo stesso vale per Electrolux. Quando una multinazionale mette in discussione produzioni italiane e indica differenziali di costo del 25-30%, il problema non può essere affrontato stabilimento per stabilimento. Cappe, lavasciuga, piani cottura, frigoriferi, lavastoviglie non sono solo prodotti: sono competenze, filiere, lavoro, territori. La competitività non si recupera inseguendo i concorrenti asiatici sul costo del lavoro. Serve un intervento straordinario del Governo e dell’Europa sul settore degli elettrodomestici, sui costi dell’energia, sulle regole commerciali, sugli investimenti e sulle condizioni di concorrenza.
Su Piombino non ci convince un metodo che rischia di anticipare le conclusioni rispetto ai fatti. La firma dell’Accordo di Programma con JSW rappresenta certamente un passaggio importante, ma non può sostituire le verifiche ancora necessarie sul progetto Metinvest, che continua ad accumulare ritardi. Come Uilm avevamo chiesto che i due percorsi procedessero parallelamente, proprio per avere garanzie sull’intera occupazione e sulla tenuta complessiva del polo siderurgico. Invece si è deciso di sottoscrivere l’accordo senza attendere il confronto previsto il 15 luglio sullo stato di avanzamento del progetto e sull’aggiornamento dell’Accordo Quadro per l’occupazione. Continuiamo a ritenere che il rilancio di Piombino non possa essere affrontato per singoli tasselli: servono una visione industriale unitaria, investimenti verificabili, infrastrutture adeguate e garanzie concrete per tutti i lavoratori.
Ci sono però anche segnali che indicano una strada diversa. Il protocollo sottoscritto in Fincantieri su innovazione tecnologica e intelligenza artificiale dimostra che il cambiamento può essere governato dalla contrattazione. Le nuove tecnologie possono aumentare efficienza e qualità, ma devono essere introdotte con regole, formazione, trasparenza, esclusione del controllo a distanza e tutela delle competenze. La tecnologia non deve sostituire la persona: deve migliorare il lavoro, la sicurezza, il benessere e aprire anche una discussione sulla redistribuzione della maggiore ricchezza prodotta.
Anche la Divisione Elicotteri di Leonardo racconta una manifattura che cresce, investe e guarda al futuro. Ma proprio dove ci sono ordini, ricavi, nuovi programmi e nuove tecnologie, bisogna avere il coraggio di dire che la crescita non può scaricarsi sull’organizzazione del lavoro. Servono formazione, trasmissione delle competenze, attenzione al ricambio generazionale, miglioramento degli ambienti, benessere e relazioni industriali solide. Le lavoratrici e i lavoratori non sono uno strumento per raggiungere gli obiettivi: sono il valore che rende possibile ogni obiettivo.
Questo vale anche per la salute e la sicurezza. In estate il caldo non è un disagio individuale da sopportare. È un rischio lavorativo da valutare e prevenire. Dire ai lavoratori di bere di più non basta. Le aziende devono organizzare turni, pause, acqua, aree adeguate, DPI compatibili, sorveglianza sanitaria e procedure. La prevenzione non è un favore: è un obbligo. E gli RLS devono essere messi nelle condizioni di esercitare pienamente il loro ruolo.
In questo numero parliamo anche del Quaderno delle Donne, un progetto UIL che mette al centro conoscenza, diritti, pari opportunità, contrasto alle discriminazioni e partecipazione. È un tema che riguarda tutte e tutti. Perché la qualità del lavoro si misura anche dalla capacità di costruire luoghi inclusivi, rispettosi, liberi da molestie e discriminazioni, capaci di valorizzare le competenze senza lasciare indietro nessuno.
La Uilm continuerà a fare la propria parte. Lo farà nei grandi tavoli nazionali e davanti ai cancelli delle fabbriche. Lo farà nelle vertenze più complesse e nella contrattazione quotidiana. Lo farà dove si difende un sito industriale e dove si elegge una RSU. Gli ultimi risultati elettorali confermano che la nostra organizzazione cresce perché è radicata nei luoghi di lavoro, ascolta le persone e trasforma la fiducia in rappresentanza.
Questa è la nostra idea di sindacato: stare dentro i cambiamenti, ma dalla parte del lavoro. Spingere l’industria verso il futuro, ma senza accettare che il futuro venga costruito sulla fragilità dei lavoratori. Chiedere innovazione, ma pretendere diritti. Chiedere transizione, ma pretendere occupazione, sicurezza, salario, dignità e partecipazione.
Perché l’Italia non ha bisogno di meno industria. Ha bisogno di un’industria migliore, più moderna, più sostenibile e più giusta. E per costruirla servono decisioni, investimenti e rispetto per chi ogni giorno tiene in piedi le fabbriche del Paese.
