C’è un filo che unisce tutte le vertenze, le mobilitazioni, i congressi territoriali e le battaglie sindacali di queste settimane. È il tema dell’industria. Non come concetto astratto, ma come questione concreta che riguarda il lavoro, il salario, i diritti, la tenuta sociale dei territori e il futuro stesso del Paese.
Girando l’Italia in queste settimane, nei congressi della Uilm, ho trovato realtà diverse ma problemi sempre più simili. Dal Nord al Sud emergono segnali che non possono essere ignorati: rallentamento produttivo, aumento della cassa integrazione, crisi industriali aperte, transizioni non governate, precarietà crescente, investimenti insufficienti e un’incertezza che continua a pesare sulle prospettive dei lavoratori.
In alcuni territori l’industria resiste ancora grazie alla forza delle competenze, alla qualità delle produzioni e alla capacità delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma tutto questo non basta più se manca una visione industriale del Paese.
Oggi il vero tema politico è esattamente questo: capire se l’Italia vuole ancora essere un Paese industriale oppure no.
Noi pensiamo che non possa esserci futuro senza manifattura, senza siderurgia, senza automotive, senza elettrodomestico, senza aerospazio, senza metalmeccanica. Perché dietro ogni fabbrica non ci sono solo numeri o bilanci: ci sono comunità, famiglie, territori interi che vivono grazie al lavoro industriale.
La vicenda dell’ex Ilva rappresenta purtroppo l’esempio più evidente di ciò che non deve accadere. Da mesi assistiamo a indiscrezioni, ipotesi, piani alternativi raccontati attraverso i giornali, mentre migliaia di lavoratori continuano a vivere nell’incertezza. Due gare di vendita fallite, cassa integrazione senza prospettive, impianti che rallentano e nessuna strategia chiara sul ruolo dello Stato e sul futuro della siderurgia italiana.
Non si può affrontare una vertenza strategica per il Paese inseguendo continuamente soluzioni tampone. Serve invece una scelta chiara: difendere la capacità produttiva italiana e garantire una presenza pubblica forte nei settori strategici.
Lo stesso vale per molte altre crisi industriali aperte. Penso alla situazione di Beko, dove a un anno dagli accordi il piano industriale procede troppo lentamente, mentre continua il ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali e restano forti incertezze sul futuro produttivo e occupazionale.
Penso anche alle tante realtà dove le imprese scelgono la strada più semplice: scaricare sui lavoratori i costi delle riorganizzazioni. È il caso della Marini Spa, con licenziamenti giudicati incomprensibili dagli stessi lavoratori e dalle organizzazioni sindacali. Oppure quanto accaduto alla Vestas Italia, dove si è arrivati a licenziamenti comunicati senza alcun confronto preventivo, trattando le persone come numeri dentro strategie globali decise altrove.
Dietro queste vicende c’è un problema che riguarda il modello industriale e sociale che si vuole costruire. Perché quando si indeboliscono le relazioni industriali, quando il sindacato viene escluso, quando il lavoro viene considerato solo una variabile di costo, allora si indebolisce anche la qualità della democrazia nei luoghi di lavoro.
Per questo continuiamo a sostenere che la contrattazione e la rappresentanza sindacale restano fondamentali. E i risultati delle ultime elezioni Rsu lo dimostrano chiaramente. In tutta Italia la Uilm continua a crescere, rafforzando la propria presenza nelle grandi aziende, nelle PMI, nei comparti ad alta tecnologia e nei territori più difficili.
Non è soltanto un risultato organizzativo. È un messaggio politico molto preciso. Le lavoratrici e i lavoratori premiano un sindacato che sta nei luoghi di lavoro, che affronta i problemi reali, che non si limita alle dichiarazioni ma costruisce tutele, contratti e rappresentanza.
La crescita della nostra organizzazione arriva in una fase complicata, segnata da profonde trasformazioni industriali e sociali. La transizione energetica, quella digitale e quella produttiva non possono essere scaricate sui lavoratori. Nessuna trasformazione sarà sostenibile se produrrà precarietà, perdita di occupazione o desertificazione industriale.
Lo vediamo chiaramente anche in territori come il Sulcis, dove il rischio non è soltanto la perdita di posti di lavoro, ma il progressivo svuotamento sociale ed economico di un’intera area del Paese. Senza industria, senza investimenti e senza prospettive occupazionali, i giovani continuano ad andare via e i territori perdono futuro.
Per questo continuiamo a chiedere una vera politica industriale nazionale ed europea. Non bastano incentivi occasionali o interventi emergenziali. Servono investimenti, energia a costi sostenibili, innovazione, formazione, infrastrutture e una strategia capace di accompagnare le trasformazioni senza lasciare indietro nessuno.
Serve anche una politica che torni ad ascoltare il lavoro.
In questi anni troppo spesso il confronto con il sindacato è stato considerato un fastidio anziché uno strumento utile a governare i cambiamenti. Noi invece continuiamo a pensare che senza il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori non esista alcuna transizione possibile.
Tra pochi giorni concluderemo il percorso dei congressi territoriali e ci prepareremo al Congresso nazionale a Bari. Sarà un appuntamento importante non soltanto per la nostra organizzazione, ma per definire una proposta sindacale e industriale all’altezza della fase che stiamo vivendo.
Noi ci arriviamo con una convinzione molto chiara: difendere l’industria significa difendere il lavoro, la dignità delle persone e il futuro del Paese.
E questa battaglia continueremo a farla ovunque, con determinazione, autonomia e responsabilità.
