di Loretta Tani
Nel corso dell’incontro dedicato al contrasto della violenza sulle donne e sulle bambine, tre interventi in particolare hanno offerto uno sguardo profondo e complementare su una realtà spesso invisibile ma drammaticamente presente anche nel nostro Paese: quello della dottoressa Maria Saltari, ginecologa dell’INMP, la testimonianza di Amani El Nasif, attivista sopravvissuta a un matrimonio forzato e Marina Terragni – Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza
Intervento di Maria Saltari – Dirigente medico e ginecologa – Referente percorso salute donna (INMP – Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà)
La dottoressa Saltari ha portato un punto di vista medico, ma allo stesso tempo umano, maturato dopo anni di esperienza nelle sale operatorie e poi nell’ambito della salute delle popolazioni migranti. Il suo intervento ha subito chiarito un equivoco diffuso: le mutilazioni genitali femminili non sono un fenomeno lontano, confinato ad altri continenti, ma rappresentano un problema sanitario e sociale che riguarda anche l’Europa e l’Italia. Dietro questa pratica non vi è alcuna motivazione medica, ma un intreccio complesso di fattori culturali, sociali e identitari, che la rendono particolarmente difficile da contrastare.
A colpire è stato il racconto di un caso clinico recente: una giovane donna incinta, sottoposta a mutilazione nel Paese d’origine, che non aveva ritenuto di dover segnalare la propria condizione al medico. Un silenzio che non nasce da disinformazione, ma da una normalizzazione profonda, radicata nella cultura di appartenenza. È proprio questo uno degli aspetti più complessi: la mutilazione, pur essendo una violenza, viene vissuta in molti contesti come un elemento identitario, un segno di appartenenza familiare e comunitaria.
I dati presentati sono altrettanto significativi: in Italia si stimano decine di migliaia di donne a rischio o già sottoposte a questa pratica, ma manca un sistema strutturato di rilevazione. La carenza di formazione specifica tra gli operatori sanitari contribuisce a rendere il fenomeno ancora più sommerso. Le conseguenze, tuttavia, sono evidenti: complicazioni fisiche anche gravi, difficoltà nei parti, infezioni, ma anche traumi psicologici e relazionali che accompagnano le donne per tutta la vita.
La dottoressa ha sottolineato con forza che non basta dire “non si fa”: è necessario comprendere i contesti culturali e costruire percorsi di fiducia, anche attraverso la mediazione culturale e un approccio multidisciplinare. Solo così è possibile avviare un cambiamento reale.

Amani El Nasif – Attivista e scrittrice sfuggita ad un matrimonio forzato
A questo intervento si è affiancata la testimonianza intensa e toccante di Amani El Nasif, che ha raccontato in prima persona cosa significa subire una violenza legata a tradizioni e imposizioni familiari. Amani aveva sedici anni quando, con il pretesto di un breve viaggio, è stata portata in Siria. Quello che doveva durare pochi giorni si è trasformato in un incubo: trattenuta contro la sua volontà, le è stato imposto un matrimonio con un cugino. In un attimo, la sua vita in Italia, fatta di scuola, amicizie e sogni adolescenziali, è stata cancellata.
Il suo racconto restituisce tutta la brutalità di una violenza che non è solo fisica, ma anche identitaria: la sensazione di essere strappata dalla propria vita, privata della libertà e del futuro. Dopo oltre un anno di costrizione, Amani è riuscita a fuggire grazie all’aiuto di un familiare e a tornare in Italia.
Oggi ha scelto di trasformare quella esperienza in impegno civile, portando la sua storia nelle scuole e nei contesti pubblici. Il suo obiettivo è dare voce a tante ragazze che vivono situazioni simili, spesso nel silenzio generale. Il suo intervento ha messo in luce un aspetto fondamentale: questi fenomeni non sono eccezioni lontane, ma realtà presenti anche nelle nostre comunità, che emergono solo quando diventano casi di cronaca.
Marina Terragni – Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza
A chiudere il quadro è stato l’intervento di Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che ha riportato il tema sul piano dei diritti e delle responsabilità istituzionali. Il suo contributo ha evidenziato come la libertà delle bambine e delle ragazze sia oggi una questione centrale e urgente, troppo a lungo sottovalutata anche nel nostro Paese.
Terragni ha sottolineato con forza come le mutilazioni genitali femminili non possano essere giustificate in nome del relativismo culturale. Si tratta di una pratica che affonda le radici in una visione di controllo del corpo femminile e, in particolare, del piacere, percepito come elemento di disordine sociale. In questo senso, la mutilazione diventa uno strumento per garantire conformità e accettazione all’interno della comunità, arrivando persino a essere considerata, in alcuni contesti, una condizione necessaria per essere “accettabili” socialmente e matrimonialmente.
Il rischio, ha evidenziato, è quello di affrontare questi fenomeni con eccessiva cautela, in nome di un approccio multiculturale che finisce però per tollerare pratiche lesive dei diritti fondamentali. Un equilibrio complesso, perché interventi normativi troppo rigidi possono produrre effetti contrari, come l’isolamento delle ragazze o l’allontanamento dai percorsi educativi. Ma proprio per questo è necessario affrontare il problema con maggiore decisione, senza arretrare sul terreno dei diritti.
Nel suo intervento è emersa anche la preoccupazione per altri segnali di segregazione e controllo che, seppur diversi, si inseriscono nello stesso quadro culturale: dai matrimoni forzati alla limitazione della libertà personale, fino a pratiche che riducono la presenza femminile nello spazio pubblico. Tutti elementi che pongono interrogativi urgenti su come tutelare concretamente le nuove generazioni.
Infine, Terragni ha richiamato l’attenzione su un punto spesso trascurato: il coinvolgimento dei ragazzi e dei giovani uomini. Senza un lavoro culturale che li includa, il rischio è quello di perpetuare modelli e convinzioni che ostacolano il cambiamento. La sfida, dunque, è anche educativa e riguarda l’intera società.
Dalle diverse voci emerse nel convegno si delinea un quadro complesso ma estremamente chiaro: la violenza sulle donne e sulle bambine assume forme diverse, spesso silenziose, difficili da riconoscere e ancora più difficili da contrastare, perché profondamente radicate in dinamiche culturali, sociali e familiari. Non si tratta di fenomeni lontani o marginali, ma di realtà che attraversano anche il nostro contesto e che interrogano direttamente le istituzioni, i servizi, la scuola e la società nel suo insieme. Per questo è necessario un impegno condiviso e strutturato, che unisca competenze mediche, intervento sociale, responsabilità istituzionale e il valore imprescindibile delle testimonianze dirette. Fondamentale è investire nella formazione degli operatori, nella raccolta dei dati, nella prevenzione e nella costruzione di reti territoriali capaci di intercettare precocemente le situazioni di rischio. Allo stesso tempo, è indispensabile promuovere un cambiamento culturale che coinvolga non solo le ragazze, ma anche i ragazzi, le famiglie e le comunità, affinché i diritti e la libertà delle donne non siano percepiti come un’imposizione esterna, ma come un valore condiviso. Solo in questo modo sarà possibile andare oltre la gestione dell’emergenza e costruire percorsi concreti di tutela, consapevolezza e reale emancipazione.
