Care lavoratrici e cari lavoratori,
questo numero di Fabbrica società restituisce un’immagine chiara e, per certi versi, preoccupante dello stato dell’industria italiana. Non siamo di fronte a una crisi improvvisa o a una fase congiunturale, ma a un passaggio storico in cui si intrecciano trasformazioni profonde: transizione ecologica, innovazione tecnologica, cambiamenti geopolitici, nuove dinamiche dei mercati globali.
Dentro questo scenario, il punto vero non è se l’industria cambierà. Sta già cambiando. Il punto è come verrà governato questo cambiamento e chi ne pagherà il prezzo.
Dai territori arriva un messaggio molto chiaro. I congressi della Uilm stanno attraversando il Paese da Nord a Sud e hanno raccontato una realtà complessa, fatta di eccellenze che competono a livello internazionale, ma anche di fragilità crescenti, di aumento della cassa integrazione, di intere filiere in difficoltà e di territori che rischiano di restare indietro.
È una fotografia che non lascia spazio a interpretazioni: senza una politica industriale forte, il rischio è quello di accompagnare passivamente un processo di ridimensionamento produttivo e occupazionale.
Lo vediamo in modo emblematico nella siderurgia. La vertenza dell’ex Ilva continua a essere il simbolo di un’incapacità politica di decidere. Si continua a discutere di cassa integrazione, di possibili investitori, di trattative che si trascinano nel tempo, ma manca una scelta chiara sul futuro industriale del sito e, più in generale, della siderurgia italiana.
Non è più accettabile. Non si può continuare a gestire la più grande vertenza industriale del Paese senza trasparenza, senza confronto e senza una direzione. Il tempo delle interlocuzioni senza esito è finito.
Allo stesso modo, la grande sfida della transizione ecologica rischia di essere affrontata nel modo sbagliato. La decarbonizzazione è una necessità, non una scelta. Ma se non è accompagnata da investimenti, da politiche industriali e da strumenti di tutela, può trasformarsi in un processo di deindustrializzazione.
Oggi vediamo aumentare i costi, crescere le difficoltà per le imprese, rallentare gli investimenti in tecnologie fondamentali. E il rischio è che a pagare siano ancora una volta i lavoratori, con la perdita di posti di lavoro e di capacità produttiva.
Noi questo non lo accettiamo. La transizione deve essere governata, non subita. Deve essere giusta, deve creare lavoro, non distruggerlo.
Ci sono poi realtà, come Fincantieri, che dimostrano che un’altra strada è possibile. Quando ci sono investimenti, visione industriale e capacità di competere sui mercati internazionali, i risultati arrivano. Ma proprio per questo diventa ancora più evidente una questione fondamentale: quei risultati devono essere redistribuiti.
Non è pensabile che la crescita resti solo nei bilanci aziendali. Deve tradursi in salario, diritti, qualità del lavoro, prospettive per le nuove generazioni.
Questo è il senso della contrattazione che vogliamo portare avanti: accompagnare lo sviluppo industriale garantendo che il lavoro ne sia protagonista e non una variabile secondaria.
In questo quadro, un altro tema decisivo è quello delle competenze. Le trasformazioni in atto stanno cambiando profondamente il lavoro e richiedono un investimento strutturale sulla formazione. Non possiamo permettere che la transizione si traduca in espulsione di lavoratori o in perdita di professionalità. Al contrario, dobbiamo costruire percorsi che consentano alle persone di restare dentro il cambiamento, di crescere, di essere protagoniste.
Investire sulle competenze significa investire sull’industria, sulla qualità del lavoro, sulla tenuta sociale del Paese.
Accanto a tutto questo, c’è un dato che per noi ha un valore politico enorme: il consenso che la UILM continua a raccogliere nei luoghi di lavoro. Le elezioni RSU delle ultime settimane dimostrano che sempre più lavoratrici e lavoratori scelgono un sindacato che sta nei problemi, che non si limita alla testimonianza, che prova a costruire soluzioni.
Questo non è solo un risultato elettorale. È un segnale di fiducia, ma anche una responsabilità più grande.
Significa che c’è bisogno di rappresentanza, di presenza, di un sindacato capace di interpretare i bisogni reali delle persone e di trasformarli in iniziativa concreta.
Ma tutto questo, da solo, non basta.
Serve una scelta politica.
Serve una strategia industriale nazionale ed europea che tenga insieme transizione ecologica, innovazione tecnologica e tutela dell’occupazione. Serve un intervento pubblico capace di orientare gli investimenti, di sostenere le filiere strategiche, di evitare che le trasformazioni si traducano in perdita di lavoro.
Serve una politica che torni a decidere.
Perché senza industria non c’è lavoro. E senza lavoro non c’è coesione sociale, non c’è sviluppo, non c’è futuro.
Noi continueremo a fare la nostra parte. Nei territori, nei luoghi di lavoro, nei tavoli di confronto, con una linea chiara e coerente: difendere l’occupazione, governare le transizioni, rafforzare l’industria.
Non ci rassegniamo all’idea di un Paese che arretra.
Non accettiamo un futuro senza industria.
Non permetteremo che il costo del cambiamento venga scaricato sui lavoratori.
È il momento della responsabilità.
È il momento delle scelte.
