Nelle ultime due settimane i congressi territoriali della Uilm hanno offerto una fotografia nitida dello stato di salute dell’industria metalmeccanica italiana. Da Genova a Trieste-Gorizia, dalla Basilicata a Torino fino a Bologna, il percorso congressuale a cui ha partecipato il Segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha attraversato realtà produttive molto diverse tra loro, ma accomunate da una stessa esigenza: riportare al centro una vera politica industriale capace di governare le transizioni, difendere l’occupazione e rilanciare il sistema manifatturiero del Paese.
Più che una semplice sequenza di appuntamenti organizzativi, i congressi si sono trasformati in un vero e proprio viaggio dentro le contraddizioni dell’industria italiana: eccellenze che competono a livello globale, grandi gruppi strategici, territori ad alta vocazione manifatturiera, ma anche crescita della cassa integrazione, crisi strutturali, squilibri territoriali, difficoltà dell’indotto e incertezza sul futuro di intere filiere.
GENOVA, TRA GRANDI POLI E FRAGILITA’ PERSISTENTI
Il primo passaggio è stato quello di Genova, dove il congresso della Uilm ha confermato Luigi Pinasco alla guida del territorio. Qui emerge con forza il doppio volto dell’industria italiana: da un lato la presenza di poli di eccellenza come Leonardo, Ansaldo Energia e Fincantieri, insieme al legame strategico con l’economia del mare, la difesa, l’energia e l’alta tecnologia; dall’altro, una crescita significativa del ricorso alla cassa integrazione, soprattutto nel settore metalmeccanico, e le persistenti incognite che gravano sulla siderurgia e sull’intero tessuto delle piccole e medie imprese.
Genova conferma così il suo ruolo di hub industriale avanzato, anche grazie all’integrazione con ricerca e innovazione, ma mostra allo stesso tempo quanto sia fragile l’equilibrio tra competitività e tenuta sociale. È un territorio simbolico, che racconta bene la necessità di consolidare le grandi filiere senza lasciare indietro i segmenti più esposti del sistema produttivo.
TRIESTE-GORIZIA, LA FOTOGRAFIA DI UN NORD-EST A DUE VELOCITA’
Il congresso di Trieste-Gorizia, che ha confermato Antonio Rodà Segretario generale, ha messo in evidenza un altro tratto tipico dell’industria italiana contemporanea: la convivenza di stabilità e criticità anche all’interno di un’unica area territoriale.
A Trieste si registra infatti una riduzione sensibile del ricorso alla cassa integrazione e una fase di maggiore tenuta produttiva, trainata anche dalla presenza di grandi gruppi internazionali come Fincantieri e Wärtsilä, dentro un contesto fortemente specializzato nella cantieristica, nella meccanica avanzata e nella ricerca. A Gorizia, invece, il quadro è meno rassicurante: aumentano gli ammortizzatori sociali e si accentuano le difficoltà, soprattutto nel comparto metalmeccanico.
È l’immagine di un Nord-Est che continua a esprimere competitività e capacità di innovazione, ma dove crescono le disuguaglianze tra territori e tra imprese di dimensioni diverse. Da qui la necessità, ribadita da Palombella, di accompagnare i processi di trasformazione senza scaricare i costi sui lavoratori e sulle aree più deboli.
BASILICATA, LA TRANSIZIONE DELL’AUTO E IL PESO DELL’INCERTEZZA
Con il congresso della Uilm Basilicata, concluso con la conferma di Marco Lomio, il focus si è spostato nel cuore della grande transizione industriale che attraversa il Paese: quella dell’automotive.
La Basilicata, con il polo di Melfi, resta uno dei territori strategici per la produzione automobilistica italiana ed europea. Ma proprio qui la transizione verso l’elettrico e l’ibrido mostra tutta la sua complessità. Nel 2025 il ricorso alla cassa integrazione è esploso, superando i 23 milioni di ore, con una concentrazione fortissima nella provincia di Potenza e nel settore metalmeccanico. Il dato racconta una sofferenza profonda, che coinvolge non solo il grande stabilimento Stellantis ma anche l’intera filiera della componentistica.
La discontinuità produttiva, le difficoltà nella catena di fornitura, le riorganizzazioni nell’indotto e il minore fabbisogno di componenti imposto dalle nuove tecnologie disegnano uno scenario in cui la transizione rischia di diventare sinonimo di riduzione occupazionale, se non accompagnata da investimenti, politiche pubbliche e strumenti di tutela adeguati. È proprio su questo punto che Palombella ha insistito con forza: il cambiamento non può tradursi in perdita di lavoro e dispersione di competenze.
TORINO, IL CUORE STRATEGICO DELL’INDUSTRIA CHE CHIEDE RISPOSTE
Il passaggio di Torino, con la conferma di Luigi Paone, ha rappresentato forse il momento più emblematico di questo viaggio nei territori. Il capoluogo piemontese resta il cuore storico dell’industria italiana, ma è anche il luogo in cui più chiaramente si misurano gli effetti di una crisi lunga e profonda dell’automotive.
I numeri parlano da soli: dal 2008 a oggi il comparto dell’auto ha perso circa 50mila posti di lavoro, tra chiusure di aziende, riduzione dell’indotto e impoverimento complessivo della base produttiva. Anche se nel primo trimestre del 2026 si registra un calo importante del ricorso alla cassa integrazione rispetto allo stesso periodo del 2025, il dato non basta a certificare una vera inversione di tendenza.
Il simbolo resta Mirafiori, entrato nel diciannovesimo anno consecutivo di utilizzo degli ammortizzatori sociali. L’avvio della produzione della nuova 500 ibrida, accanto a quella elettrica, rappresenta certamente un segnale, ma ancora insufficiente a garantire la piena saturazione produttiva e a dissipare le preoccupazioni sul futuro del sito. In questo contesto pesano anche l’età media elevata della forza lavoro e la progressiva perdita di centralità industriale di un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo.
A Torino, forse più che altrove, emerge con nettezza il punto politico sollevato dalla Uilm: senza una strategia industriale di lungo periodo, il rischio è quello di accompagnare passivamente il ridimensionamento di uno dei pilastri storici della manifattura italiana.
BOLOGNA, LA CRISI DIFFUSA CHE NON RISPARMIA NESSUNO
L’ultima tappa è stata Bologna, dove il congresso ha confermato Stefano Lombardi. Qui il quadro appare particolarmente significativo perché mostra una crisi meno concentrata su una singola grande vertenza e più diffusa nell’intero sistema produttivo.
In un territorio storicamente dinamico e capace, il settore metalmeccanico evidenzia difficoltà crescenti, già visibili nel 2025 e confermate nei primi mesi del 2026. A pesare sono il rallentamento dei mercati internazionali, i dazi, l’incertezza sugli investimenti, le difficoltà del mercato tedesco e l’assenza di una politica industriale chiara. Il risultato è una crisi che colpisce contemporaneamente aziende diverse per dimensioni e specializzazione: Ducati, Marelli, Toyota Material Handling, Bonfiglioli.
Accanto a queste criticità, non mancano segnali positivi, come quelli che arrivano dal packaging con Coesia e IMA o dal settore delle telecomunicazioni sostenuto dagli investimenti del PNRR. Ma il tratto distintivo del caso bolognese è proprio l’assenza di quei meccanismi di compensazione che in passato consentivano ad alcuni comparti di assorbire gli effetti negativi di altri. Oggi la crisi appare più trasversale, più articolata, più difficile da contenere.
IL FILO ROSSO DEI CONGRESSI: OCCUPAZIONE, TRANSIZIONE, POLITICA INDUSTRIALE
Guardati nel loro insieme, i congressi delle ultime due settimane restituiscono dunque un messaggio chiaro. L’industria italiana non è ferma, non è priva di energie, non è senza prospettive. Ma è attraversata da trasformazioni profonde che, senza una regia pubblica e una visione industriale nazionale, rischiano di produrre ulteriore frammentazione, arretramento produttivo e perdita di occupazione.
Il filo rosso che ha unito gli interventi di Rocco Palombella è proprio questo: non si può affrontare la transizione lasciando soli i territori, i lavoratori e le imprese. Serve una politica industriale vera, capace di sostenere le grandi filiere strategiche, governare il cambiamento tecnologico, difendere il lavoro di qualità e impedire nuovi processi di deindustrializzazione.
Da Genova a Bologna, passando per Trieste-Gorizia, Basilicata e Torino, i congressi Uilm hanno mostrato che le differenze territoriali esistono e vanno riconosciute, ma hanno anche confermato che il problema di fondo è nazionale. Per questo il percorso congressuale non è stato soltanto un momento di confronto interno, ma un richiamo forte alla responsabilità della politica e delle istituzioni: il futuro dell’industria italiana si gioca adesso, e non può più essere rimandato.
