Senza consenso è violenza: di nuovo in Piazza davanti al Senato per difendere i diritti

di Loretta Tani

L’8 Aprile siamo tornate e tornati in piazza, davanti al Senato, per ribadire con forza il nostro dissenso rispetto al ddl Bongiorno. Una mobilitazione che non nasce oggi, ma che prosegue nel solco delle iniziative delle scorse settimane. Dopo le manifestazioni del 15 e del 28 febbraio, siamo di nuovo qui, ancora più determinate/i, per dire che su questi temi non sono accettabili passi indietro: meglio nessuna riforma che un cambiamento inutile e dannoso.

La UILM, insieme alla UIL Confederale, alle Categorie, alle Associazioni, ai Movimenti e ai Centri antiviolenza, ha scelto di essere presente per far sentire con forza la propria voce. Nonostante la collocazione marginale, in Corsia Agonale — il vicolo che conduce alla splendida Piazza Navona — e le rigide misure di sicurezza, tra forze dell’ordine e cordoni che limitavano il passaggio, la partecipazione è stata intensa, visibile e determinata.

Forte e significativa anche la presenza dei giovani, che hanno fatto risuonare cori decisi e partecipati. In tante e tanti abbiamo espresso un NO netto e consapevole, convinti che questa sia una battaglia che riguarda diritti fondamentali.

Al centro della mobilitazione c’è una richiesta precisa: il consenso libero, attuale e revocabile deve restare il fondamento della definizione di violenza sessuale, così come previsto dall’art. 609 bis del codice penale. Non si tratta di una questione tecnica, ma di una scelta politica e culturale che incide profondamente sul modo in cui lo Stato riconosce e giudica la violenza e l’autodeterminazione nella sfera sessuale.

Le proposte di modifica che spostano l’attenzione dalla mancanza di consenso alla necessità di dimostrare una volontà contraria rappresentano un grave arretramento. In questo modello, infatti, il rischio è quello di riportare al centro il comportamento della vittima e la sua capacità di opporsi in modo esplicito, con il conseguente spostamento del peso della prova su chi subisce violenza.

È una preoccupazione già emersa con forza nelle piazze del 15 e del 28 febbraio, quando migliaia di persone – donne, uomini, associazioni, sindacati e realtà femministe – hanno attraversato Roma per ribadire un principio semplice ma fondamentale: senza consenso non c’è libertà, senza consenso c’è violenza. In quelle giornate, cartelli e striscioni hanno espresso con chiarezza il rifiuto di qualsiasi arretramento culturale e giuridico.

Chi lavora quotidianamente nei centri antiviolenza sa quanto sia complesso il percorso che le donne affrontano per uscire dalla violenza. Per questo la questione del consenso non può essere ridotta a una formula ambigua o a un concetto difficile da dimostrare: è il presupposto dell’autodeterminazione, della libertà e del rispetto della volontà dell’altra persona.

Anche l’ipotesi di un “consenso riconoscibile” non risolve il problema. Al contrario, rischia di aprire la strada a interpretazioni arbitrarie e di aumentare la vittimizzazione secondaria, rendendo ancora più difficile l’accesso alla giustizia e contribuendo al silenzio che spesso circonda queste violenze.

Per questo la richiesta resta netta: nessun compromesso sul consenso. Se le modifiche proposte comportano un arretramento rispetto al quadro attuale – già evoluto grazie alla giurisprudenza e alla Convenzione di Istanbul – allora è necessario fermare questa riforma.

Essere state in  piazza l’8 aprile, come nelle settimane scorse, significa assumersi una responsabilità collettiva: difendere diritti che non sono mai definitivamente acquisiti e continuare a vigilare perché non vengano messi in discussione.

Perché su questo non possono esserci ambiguità: il consenso è la soglia minima della libertà. E su questo non si arretra.

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