di Loretta Tani
Nelle scorse settimane Roma è stata attraversata da due importanti momenti di mobilitazione contro la violenza di genere e per la difesa dei diritti delle donne. Il 18 febbraio e il 28 febbraio migliaia di persone – donne, uomini, associazioni, sindacati, realtà femministe e centri antiviolenza – sono scese in piazza per ribadire un principio semplice ma fondamentale: senza consenso non c’è libertà, senza consenso c’è violenza.
Ho partecipato a entrambe le manifestazioni perché credo profondamente che su questi temi non si possa restare in silenzio. Le piazze di Roma hanno espresso una preoccupazione diffusa rispetto al dibattito parlamentare in corso sulla normativa che riguarda la violenza sessuale. Molte associazioni e realtà che ogni giorno lavorano accanto alle donne vittime di violenza hanno infatti sollevato il timore che alcune modifiche possano spostare l’attenzione dal principio del consenso alla necessità di dimostrare il dissenso, con il rischio di rappresentare un arretramento culturale e giuridico.
Il cuore della mobilitazione è stato proprio il riconoscimento del consenso libero e attuale come elemento centrale nella definizione della violenza sessuale. Il consenso deve essere una scelta libera, consapevole e sempre revocabile. Non è un dettaglio linguistico o tecnico, ma una questione che riguarda la libertà e l’autodeterminazione delle donne.
Durante il corteo del 28 febbraio, che ha attraversato il centro di Roma fino a piazza San Giovanni, migliaia di cartelli e striscioni hanno ribadito messaggi chiari: “Chi tace non acconsente” e “Senza consenso è sempre violenza”. Nel corteo c’erano centri antiviolenza, associazioni, organizzazioni della società civile e sindacati, tutti uniti nel chiedere che non si arretri sui diritti conquistati negli anni.
Chi lavora nei centri antiviolenza sa bene quanto sia complesso e doloroso il percorso che molte donne affrontano per uscire dalla violenza. Per questo la battaglia non è solo normativa, ma profondamente culturale: riguarda il modo in cui la società riconosce e tutela la libertà delle donne.
Essere in piazza in quei giorni ha significato ascoltare storie, condividere preoccupazioni, ma anche sentire una grande forza collettiva. La consapevolezza che i diritti non sono mai definitivamente acquisiti e che, quando si tratta di libertà e dignità, è necessario continuare a vigilare e a far sentire la propria voce.
Per me è stato soprattutto un momento di responsabilità e di vicinanza. Vicinanza a tutte le donne che hanno trovato il coraggio di denunciare, a quelle che stanno ancora cercando la forza per farlo, e a chi ogni giorno lavora per costruire una società più giusta e più rispettosa.
Perché su questo non possono esserci ambiguità: il rispetto passa dal consenso, e difenderlo significa difendere la libertà di tutte e di tutti.
