L’editoriale

Care lavoratrici e cari lavoratori,

comincio questo mio editoriale dall’ex Ilva, perché è lì che oggi si misura in modo più drammatico la condizione dell’industria italiana e il rapporto tra istituzioni, lavoro e responsabilità pubblica. A Taranto non siamo di fronte soltanto a una vertenza industriale complessa. Siamo davanti a una ferita aperta del Paese, aggravata da due morti sul lavoro in pochi mesi, da impianti che pongono interrogativi pesantissimi sulla sicurezza e da una incertezza industriale che continua a scaricarsi sulle persone, sulle famiglie, sull’indotto e sull’intero territorio.

La Uilm ha chiesto con chiarezza che il Governo esca da ogni ambiguità: la continuità produttiva non può prescindere dalla tutela della vita umana, dalle manutenzioni, dai controlli, da un piano industriale trasparente e da una regia pubblica all’altezza della situazione. Non è più accettabile una navigazione a vista su una vicenda che riguarda migliaia di lavoratori.

Quello dell’ex Ilva, però, non è un caso isolato. È il simbolo di una difficoltà più generale: nel nostro Paese troppe crisi industriali vengono affrontate in ritardo, con interventi frammentari, inseguendo l’emergenza invece di governare i processi. È una logica che produce precarietà, sfiducia, impoverimento industriale e sociale. Per questo continuiamo a dire che serve una vera politica industriale nazionale: una strategia che tenga insieme investimenti, energia, innovazione, occupazione, ambiente, sicurezza e qualità del lavoro.

Lo vediamo anche nei territori che stiamo attraversando con la stagione congressuale della Uilm. Il quadro che emerge è quello di un’industria ancora solida, ancora decisiva per l’economia italiana, ma attraversata da grandi transizioni e da squilibri sempre più evidenti.
In Lombardia pesano il rallentamento della siderurgia, la cassa integrazione e i costi energetici; a Roma si intrecciano le trasformazioni dell’automotive e del settore ICT con le opportunità della difesa e dello spazio; nel Mezzogiorno convivono segnali di ripresa e nodi strutturali ancora irrisolti, dalla transizione energetica alla tenuta delle grandi filiere industriali. Dappertutto emerge lo stesso bisogno: politiche pubbliche forti, investimenti mirati, capacità di accompagnare i cambiamenti senza lasciare indietro i lavoratori.

In questo quadro ci sono vertenze che parlano anche di possibilità, non solo di arretramento. Penso a Berco, dove dopo anni molto difficili sono arrivati i primi segnali di ripresa, con l’aumento degli ordini, la fine anticipata dei contratti di solidarietà e una discussione avanzata sull’organizzazione del lavoro che mette insieme produttività e qualità della vita, con la sperimentazione di un modello di riduzione dell’orario a parità di salario. È un segnale importante: quando si investe, quando si prova a innovare davvero l’organizzazione del lavoro, si può aprire una fase nuova.

Anche in grandi gruppi strategici come Leonardo si vede quanto sia decisivo avere una visione industriale. Il piano presentato contiene elementi positivi sul piano degli investimenti, dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico, soprattutto sul terreno della cyber security e delle nuove capacità produttive. Ma proprio per questo diciamo con nettezza che Aerostrutture deve restare nel perimetro del gruppo. Le competenze, la manifattura, l’ingegneria, i siti produttivi, soprattutto nel Mezzogiorno, non possono essere trattati come variabili secondarie. L’Italia ha bisogno di rafforzare la propria presenza industriale nei settori ad alto contenuto tecnologico, non di indebolirla.

Accanto alle grandi vertenze, c’è poi il valore concreto della contrattazione. Il confronto per il rinnovo del CCNL Unionmeccanica-Confapi ci ricorda che nelle piccole e medie imprese metalmeccaniche si gioca una parte essenziale del futuro produttivo del Paese. Il salario resta un tema centrale, ma insieme al salario vengono la sicurezza, la formazione continua, la qualità del lavoro, la tutela del potere d’acquisto. Difendere il contratto nazionale significa difendere coesione, diritti e dignità in una fase in cui le trasformazioni industriali rischiano di accentuare le disuguaglianze.

Allo stesso modo, il primo contratto integrativo per oltre mille lavoratrici e lavoratori delle controllate Fincantieri dimostra che la contrattazione può allargare diritti e tutele in modo molto concreto: sanità integrativa, coperture assistenziali, permessi per genitorialità e assistenza familiare, maggiori garanzie in caso di malattia, premio di risultato e welfare. È questa l’idea di sindacato che continuiamo a praticare: non limitarsi a denunciare i problemi, ma costruire risposte, rendere più forte il lavoro, migliorare la vita delle persone.

E i lavoratori tutto questo lo vedono. I risultati delle ultime elezioni RSU ci consegnano una Uilm che cresce, entra per la prima volta in nuove realtà, si conferma e si rafforza in aziende manifatturiere, tecnologiche, siderurgiche e dell’indotto. Non è solo un dato organizzativo. È un segnale politico. Vuol dire che c’è fiducia verso un sindacato che sta nei luoghi di lavoro, che contratta, che difende la sicurezza, che non cerca scorciatoie, che non abbandona i lavoratori nei momenti più difficili.

Ma oggi non basta parlare di industria e salario. Dobbiamo parlare con la stessa chiarezza di sicurezza e di diritti. E insieme alla sicurezza sul lavoro c’è un altro tema che riguarda la civiltà del lavoro e della società: la libertà delle donne. La mobilitazione di queste settimane a Roma contro la violenza di genere ha ribadito un principio semplice e non negoziabile: senza consenso è violenza. È una battaglia culturale, politica e sociale che riguarda tutti, anche il sindacato. Perché non c’è vera dignità del lavoro se non c’è pieno rispetto della persona, della libertà, dell’autodeterminazione. Difendere i diritti delle donne, contrastare ogni arretramento culturale e normativo, costruire luoghi di lavoro più rispettosi e inclusivi significa difendere la qualità della nostra democrazia.

Il punto, allora, è molto chiaro. Questo numero di Fabbrica Società ci racconta un Paese sospeso tra crisi profonde e possibilità concrete, tra ritardi della politica e forza del lavoro organizzato, tra grandi paure e capacità di reagire. Noi stiamo da una parte precisa: dalla parte di chi vuole difendere e rilanciare l’industria, di chi pretende sicurezza, di chi rivendica salari giusti, di chi contratta diritti, di chi costruisce rappresentanza, di chi non accetta che i territori vengano lasciati soli.

L’Italia ha ancora una grande base industriale, grandi competenze, grandi lavoratrici e grandi lavoratori. Ma non basta resistere. Serve una scelta netta. Serve una politica industriale degna di questo nome. Serve uno Stato capace di guidare e non solo di inseguire. Serve il coraggio di dire che il lavoro non è una variabile dipendente, ma il cuore dello sviluppo.

È da qui che dobbiamo ripartire. Dalle crisi, certo. Ma per trasformarle in una direzione di marcia. Perché il declino non è inevitabile. Lo diventa solo quando si rinuncia a combatterlo.

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