Care lavoratrici e cari lavoratori,
sull’Ex Ilva regna da giorni un silenzio assordante ed è l’ennesima fotografia di un metodo che non possiamo più accettare: nessuna risposta dal Governo sul futuro della più grande azienda siderurgica italiana e, al contrario, solo atti dovuti come la proroga della cassa integrazione. Siamo ancora fermi al “piano corto” presentato il 18 novembre, un piano che non dà prospettiva oltre marzo e che, anziché risolvere i problemi, li rende più pesanti per le persone.
Per questo, come Fim, Fiom e Uilm, abbiamo confermato l’auto convocazione a Palazzo Chigi il 9 marzo con le rappresentanze di tutti gli stabilimenti e dell’indotto. Non è un gesto simbolico: è una richiesta di verità e di responsabilità. Perché non si può decidere il destino di migliaia di lavoratori, di interi territori e di un asset strategico come l’acciaio affidandosi a dichiarazioni, indiscrezioni o annunci contraddittori. Serve una regia chiara, serve un piano industriale, servono investimenti veri e garanzie occupazionali. Senza questo, non si può parlare seriamente di acquisizione e non accetteremo scelte che prefigurino esuberi o ridimensionamenti senza un confronto reale con il sindacato.
L’Ex Ilva non è una vertenza qualunque: riguarda produzione, ambiente, salute, sicurezza e futuro industriale del Paese. Ma proprio perché è un caso enorme, ci dice una cosa semplice: l’Italia deve decidere se vuole difendere la propria industria o se intende vivere di gestione dell’emergenza.
Noi non ci stiamo a una politica che si muove solo quando la crisi esplode. La prevenzione industriale è la programmazione: energia, investimenti, filiere, competenze, tempi certi, responsabilità definite.
Questo vale anche per l’automotive. La notizia del mancato premio annuale Stellantis fa male, perché quei soldi negli anni sono stati una parte importante del salario. Ma, soprattutto, è un segnale che conferma quanto fragile sia il quadro industriale europeo e quanto pesino scelte sbagliate o non governate.
Se la transizione si trasforma in un percorso punitivo per chi produce e per chi lavora, il risultato è una crisi senza precedenti. Noi lo diciamo da tempo: servono correzioni urgenti in Europa, serve neutralità tecnologica, servono regole che accompagnino davvero il cambiamento, non che lo scarichino sulle fabbriche e sull’indotto. E a Stellantis chiediamo una strategia industriale coerente: più modelli ibridi, più volumi, più produzione in Italia, più rispetto per i lavoratori.
Dentro questo quadro, però, c’è anche una notizia che parla di forza e di partecipazione: l’approvazione del rinnovo del CCNL Federmeccanica-Assistal con oltre il 93% di sì. È un risultato politico e sindacale importante. Dimostra che quando il sindacato sta nelle fabbriche – discute, lotta, contratta – la risposta arriva. È un mandato chiaro: difendere il contratto nazionale, alzare i salari, rafforzare diritti e tutele, limitare la precarietà, investire su sicurezza e formazione.
E mentre le crisi chiedono scelte immediate, la stagione congressuale della Uilm ci restituisce un’Italia industriale “a macchia di leopardo”: territori che crescono e territori che soffrono, aziende che investono e aziende che arretrano. Ma ovunque emerge lo stesso punto: senza una politica industriale nazionale forte e senza un intervento strutturale sul costo dell’energia, rischiamo di aumentare le diseguaglianze territoriali e di perdere pezzi di manifattura.
Per fortuna non c’è solo l’emergenza. Ci sono anche segnali che indicano una strada possibile: Electrolux Professional che vede crescere i volumi e punta ad azzerare la cassa integrazione; realtà che investono in innovazione, efficienza energetica, nuove linee produttive. E ci sono iniziative che allargano lo sguardo, come il lavoro contro la violenza economica di genere: perché il sindacato non è solo salario e orario, è dignità della persona, libertà, autonomia. Quando le lavoratrici e i lavoratori scelgono di sostenere concretamente percorsi di uscita dalla violenza, ci ricordano che la fabbrica può essere anche comunità, responsabilità, civiltà del lavoro.
Ecco il punto: la somma di queste notizie ci dice che non possiamo vivere di annunci e di rinvii. Serve una scelta di Paese. Serve un’idea di industria che tenga insieme produzione e ambiente, innovazione e diritti, competitività e giustizia sociale. E serve, soprattutto, rispetto: rispetto per chi lavora, per chi manda avanti gli impianti, per chi tiene in piedi i territori anche quando la politica tentenna.
Il 9 marzo saremo a Palazzo Chigi perché è il momento delle risposte. Ma la battaglia, ogni giorno, è la stessa: difendere il lavoro e costruire futuro.
