Care lavoratrici e cari lavoratori,
in questo numero di Fabbrica Società raccontiamo vertenze diverse tra loro, ma unite da un filo rosso molto chiaro: l’industria italiana ed europea è a un bivio. E con l’industria è a un bivio il lavoro metalmeccanico.
Dall’Ex Ilva a Valbruna, da Termoli al Sulcis, fino alle Aerostrutture di Leonardo, emerge una domanda semplice e politica: il Paese vuole ancora essere una grande nazione manifatturiera oppure intende assistere, in silenzio, al ridimensionamento del proprio sistema industriale?
Noi non abbiamo dubbi. L’Italia deve difendere e rilanciare la sua industria. Ma per farlo servono scelte, non dichiarazioni.
La vicenda dell’Ex Ilva è emblematica. Non si può discutere del destino di migliaia di lavoratori e di un asset strategico come l’acciaio sulla base di indiscrezioni o annunci contraddittori. Occorre un piano industriale serio, investimenti certi, garanzie occupazionali chiare. E occorre che il Governo si assuma fino in fondo la responsabilità della regia in questa fase straordinaria.
Lo stesso vale per Valbruna. Non è accettabile che una vertenza così importante resti sospesa tra ostacoli burocratici e rinvii. I lavoratori non possono vivere nell’incertezza permanente. Le istituzioni devono decidere, con trasparenza e coraggio, mettendo al centro la continuità produttiva e la tutela dell’occupazione.
A Bruxelles i metalmeccanici europei hanno lanciato un messaggio chiaro: senza una politica industriale comune, l’Europa perde lavoro, competenze e autonomia strategica. Automotive, acciaio, meccanica, semiconduttori: interi settori sono sotto pressione, mentre Stati Uniti e Cina investono massicciamente nelle proprie filiere.
Non basta parlare di transizione verde o digitale se non si garantiscono energia a costi sostenibili, investimenti vincolati all’occupazione e strumenti contro la concorrenza sleale. L’Italia, che è la seconda manifattura d’Europa, rischia più di altri. Per questo serve una posizione forte, in Europa e nel nostro Paese.
La cancellazione della gigafactory di Termoli è un segnale preoccupante. Non possiamo permettere che la transizione diventi sinonimo di desertificazione industriale. Se un progetto salta, devono arrivare subito alternative produttive concrete. Le competenze costruite in decenni non si improvvisano e non si possono disperdere.
Lo stesso vale per il Sulcis Iglesiente, dove troppe vertenze restano aperte senza una visione complessiva. La decarbonizzazione, la riconversione, i nuovi investimenti non possono essere solo parole. Senza progetti veri e tempi certi, si alimenta soltanto sfiducia.
Non raccontiamo solo difficoltà. A Grottaglie, nel Coordinamento Aerostrutture, abbiamo visto che quando c’è un progetto industriale credibile, quando si valorizzano competenze e si investe sulle persone, si può uscire da una crisi e costruire una prospettiva nuova.
E i risultati delle elezioni Rsu dimostrano che le lavoratrici e i lavoratori riconoscono coerenza, presenza e capacità contrattuale. La crescita della Uilm nei luoghi di lavoro non è un dato formale: è un segnale politico. Significa che il nostro modo di fare sindacato – concreto, responsabile, determinato – è considerato utile.
Anche il rinnovo del contratto degli orafi va in questa direzione: difendere il potere d’acquisto, rafforzare le tutele, aggiornare le norme. La contrattazione resta uno strumento fondamentale per redistribuire valore e garantire dignità.
Siamo in una fase decisiva. O si rimette l’industria al centro delle politiche nazionali ed europee, oppure si accetta un declino lento ma costante.
Noi non siamo rassegnati. Continueremo a chiedere piani industriali seri, regole chiare sugli investimenti pubblici, condizionalità occupazionali, tutela delle filiere strategiche. Continueremo a mobilitarci quando necessario, ma sempre con un obiettivo preciso: salvaguardare il lavoro e costruire futuro.
L’industria non può aspettare. E il lavoro viene prima di tutto.
