di Vincenzo Maranò
La situazione di Vestas Italia appare sempre più paradossale e profondamente preoccupante. Parliamo di un’azienda con bilanci in salute, leader del settore eolico in Italia, con una quota di mercato prossima al 60%, presente a Taranto da oltre 25 anni.
Eppure, con una semplice PEC, l’azienda ha comunicato la chiusura del magazzino di Taranto, mettendo di fatto alla porta 33 lavoratrici e lavoratori dall’oggi al domani.
Si tratta di persone con svariati anni di anzianità, che hanno contribuito in maniera concreta alla crescita di Vestas Italia su tutto il territorio nazionale e che oggi vengono trattate come semplici numeri, cancellando con un atto unilaterale professionalità, esperienza e storia lavorativa.
SCELTA UNILATERALE
Una decisione assunta senza alcun confronto preventivo, che si configura come un vero e proprio licenziamento mascherato, gestito con modalità inaccettabili e profondamente irrispettose.
Vestas motiva la scelta come una decisione puramente logistica, legata allo spostamento del magazzino a San Nicola di Melfi e non a ragioni economiche. Tuttavia, da quanto emerso, appare evidente che la logica seguita sia quella della concentrazione dei megawatt: “dove si produce, si vende e si assiste”, senza alcuna considerazione per le ricadute sociali e occupazionali.
NON È UN CASO ISOLATO
Non si tratta, purtroppo, di un episodio isolato. Già in passato Vestas Italia si è resa protagonista di chiusure strategiche di service point più piccoli, spesso giustificate con la presunta perdita di commesse nei territori interessati. Scelte che hanno seguito sempre lo stesso schema: decisioni calate dall’alto, totale assenza di confronto sindacale e conseguenze pesantissime sulla vita dei lavoratori, costretti a trasferirsi lontano o a cercare un nuovo impiego.
Ciò che oggi preoccupa maggiormente è il rischio concreto che la chiusura del magazzino rappresenti solo il primo passo verso una progressiva delocalizzazione dell’intero polo tarantino. Secondo quanto comunicato dalla stessa azienda, infatti, l’hub principale di Vestas Italia diventerebbe San Nicola di Melfi, rendendo “non più necessarie” a Taranto numerose figure professionali.
SCENARI GRAVISSIMI
Una prospettiva che apre scenari gravissimi: impiegati, dispatcher, scheduler e tutte le funzioni oggi operative a Taranto potrebbero essere progressivamente redistribuite all’interno della rete dei 31 service point di Vestas Italia, dislocati su tutto il territorio nazionale, isole comprese. Un processo che rischia di svuotare uno storico presidio industriale e occupazionale.
Si tratterebbe di un colpo durissimo per un territorio già segnato da profonde crisi industriali. Taranto non può permettersi di perdere ulteriori pezzi di tessuto produttivo, soprattutto per decisione di un’azienda che opera in un settore strategico come quello delle energie rinnovabili e che dovrebbe farsi carico di una chiara responsabilità sociale.
ASSENZA DI RELAZIONI INDUSTRIALI
Ancora più grave è la totale assenza di relazioni industriali. Un’assenza inaccettabile se si considera che l’azienda aveva prospettato un miglioramento del confronto sindacale in occasione della firma dell’accordo di secondo livello, siglato alla fine del 2025 dopo oltre otto anni di trattative. A quelle promesse non è seguito alcun cambio di passo.
L’unica richiesta avanzata dalle organizzazioni sindacali è stata quella di congelare la data del trasferimento, fissata inizialmente al 1° marzo, per aprire un confronto serio e individuare soluzioni condivise. Anche di fronte a questa richiesta di buon senso, Vestas ha opposto un netto rifiuto, confermando una chiusura totale al dialogo.
Emblematico è il caso di un lavoratore prossimo alla pensione, che avrebbe potuto concludere serenamente il proprio percorso professionale. Al contrario, l’azienda ha scelto di inviargli una raccomandata di licenziamento comunicata il 30 novembre, con effetto dal giorno successivo.
LA MOBILITAZIONE E UNA PRIMA SCHIARITA
Di fronte a una decisione ritenuta ingiusta e unilaterale, i lavoratori del magazzino di Taranto hanno scelto di occupare lo stabilimento, restando all’interno giorno e notte per difendere il proprio futuro. Una scelta sofferta, ma dettata dalla disperazione e dalla necessità di farsi ascoltare. Attorno a loro si è stretta una forte ondata di solidarietà da parte di colleghi, cittadini e lavoratori di altre aziende.
In questo contesto di forte mobilitazione, una prima, parziale schiarita è arrivata nel corso di un incontro tenutosi a Bari presso la task force Lavoro della Regione Puglia, alla presenza delle organizzazioni sindacali, dei rappresentanti aziendali e delle istituzioni regionali e comunali.
L’azienda ha deciso di sospendere il trasferimento per 30 giorni, riaprendo formalmente un dialogo.
È stato ribadito che il magazzino di Taranto resta intoccabile e che nulla potrà essere spostato. A partire dal 3 febbraio prenderà avvio un percorso di verifica per comprendere se vi siano lavoratori disponibili volontariamente al trasferimento, così da poter eventualmente negoziare condizioni e incentivi.
Per chi non intende accettare lo spostamento, è stato inoltre chiarito che l’altra società del gruppo, attiva nella produzione di pale eoliche a Taranto, garantirà priorità nelle selezioni al personale attualmente impiegato nelle attività di service. Si tratterà di colloqui individuali, i cui esiti saranno oggetto di confronto sindacale.
La Regione Puglia ha svolto un ruolo di mediazione, sottolineando la necessità di preservare investimenti e occupazione in una città già fortemente segnata da vertenze e fragilità economiche. L’azienda, pur difendendo la legittimità giuridica della procedura, si è trovata costretta a riconoscere che la questione non è solo formale, ma profondamente sociale.
UN PROBLEMA SOCIALE
Questa vertenza non è solo un problema industriale.
È un problema umano, sociale e territoriale.
Chiediamo a Vestas Italia di fermarsi, sospendere ogni decisione unilaterale e assumersi fino in fondo la responsabilità sociale che compete a un’azienda leader del settore.
Chiediamo alle istituzioni locali, regionali e nazionali di vigilare e intervenire affinché il diritto al lavoro, alla dignità e al futuro di decine di famiglie non venga sacrificato ancora una volta.
Taranto non può e non deve essere trattata come una variabile sacrificabile.

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