Intelligenza artificiale e lavoro: governare il cambiamento, non subirlo

Dal workshop ETUI–industriAll Europe di Bruxelles

Dal 14 al 16 gennaio 2026 si è svolto a Bruxelles il corso di formazione sull’intelligenza artificiale organizzato da IndustriAll Europe ed ETUI, che ha riunito 25 sindacaliste e sindacalisti provenienti da diversi Paesi europei e da una pluralità di settori industriali. Un’occasione preziosa non solo di approfondimento tecnico, ma soprattutto di confronto politico e sindacale su una trasformazione che sta già incidendo in modo concreto sull’organizzazione del lavoro.

Il punto di partenza condiviso è stato chiaro: l’intelligenza artificiale non è un tema futuribile, ma una realtà già presente nei luoghi di lavoro, anche in settori – come quello manifatturiero – dove l’impatto occupazionale diretto appare oggi più contenuto rispetto ad altri ambiti, come il settore finanziario.

AI nel manifatturiero: meno automazione, più trasformazione del lavoro

I dati presentati dall’OCSE durante il workshop mostrano che l’uso dell’AI nella manifattura europea è passato dal 7% nel 2021 all’11% nel 2024, rimanendo inferiore rispetto ad altri settori. L’adozione è più diffusa in comparti come farmaceutica, elettronica, chimica e macchinari, mentre risulta ancora limitata in settori come metallurgia di base, tessile, legno e carta.

Ma il dato quantitativo, da solo, non basta a raccontare il cambiamento in atto. I partecipanti hanno sottolineato come l’AI stia già modificando profondamente il contenuto del lavoro, incidendo sui processi decisionali, sull’organizzazione delle attività, sulle competenze richieste e sui sistemi di valutazione delle performance. L’automazione non è una novità nel manifatturiero: è un processo in corso da decenni. L’AI ne rappresenta oggi una nuova fase, più pervasiva e meno visibile.

Rifiutare il determinismo tecnologico

Un messaggio ricorrente durante tutta la formazione è stato il rifiuto del determinismo tecnologico. L’AI non sostituisce automaticamente il lavoro umano: il suo impatto dipende da come le tecnologie vengono progettate, implementate e governate. Ed è qui che entrano in gioco la regolazione pubblica e il ruolo del sindacato.

Molti interventi hanno evidenziato che l’AI può anche migliorare le condizioni di lavoro, riducendo mansioni ripetitive o pericolose, e avere effetti positivi sul benessere dei lavoratori. Ma questi benefici non sono automatici: senza regole e senza partecipazione, il rischio è quello di nuove disuguaglianze, barriere all’ingresso legate alle competenze digitali e forme opache di controllo algoritmico.

Gestione degli algoritmi e diritti dei lavoratori

Uno dei nodi centrali affrontati nel corso è stato quello della gestione degli algoritmi nei luoghi di lavoro. Sempre più aziende utilizzano sistemi di AI per la selezione del personale, l’organizzazione dei turni, il monitoraggio delle attività o il supporto alle decisioni manageriali. Spesso si tratta di utilizzi “indiretti” o preparatori, che sfuggono facilmente a un controllo effettivo.

Da qui la domanda, tutt’altro che teorica: chi controlla che questi sistemi non siano discriminatori? E con quali strumenti concreti è possibile garantire trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti?

Il quadro europeo: AI Act, standard e rischi di arretramento

Ampio spazio è stato dedicato alla legislazione europea, in particolare all’AI Act, che introduce una classificazione del rischio basata sull’uso delle tecnologie e non sulla tecnologia in sé. Un approccio innovativo, che però pone grandi sfide sul piano dell’implementazione, soprattutto in ambito lavorativo.

Il confronto sugli standard europei e sul cosiddetto Digital Omnibus ha fatto emergere forti preoccupazioni: il rischio di un indebolimento delle tutele esistenti, a partire dal GDPR, è reale. Come è stato sottolineato da industriAll Europe, il quadro normativo digitale europeo rappresenta una forza strategica e non un ostacolo da rimuovere.

Il ruolo del sindacato

Il workshop ha confermato quanto il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali sia decisivo. L’AI sta già entrando nella contrattazione collettiva, come dimostrano le esperienze presentate da Finlandia, Italia, Francia e Polonia. Senza un ruolo attivo del sindacato, i guadagni di produttività rischiano di non essere redistribuiti e i diritti di essere compressi.

Come ha ricordato Isabelle Barthès, vicesegretaria generale di industriAll Europe, “l’AI può portare benefici solo se governata attraverso il dialogo sociale, garantendo lavoro di qualità, democrazia nei luoghi di lavoro e progresso sociale”.

Il corso di Bruxelles ha mostrato che il tema non è se l’AI entrerà nel lavoro, ma a quali condizioni. Ed è su questo terreno che il sindacato europeo è chiamato a giocare una partita decisiva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *