A quasi un anno dall’ultimo confronto, il tavolo sull’automotive convocato il 30 gennaio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha riportato al centro una crisi che resta irrisolta. Se qualcosa si è mosso nel dibattito europeo, i problemi strutturali dell’industria dell’auto italiana restano tutti sul tavolo: produzione in calo, investimenti rinviati, stabilimenti in affanno e una filiera sempre più esposta al rischio di desertificazione industriale.
L’EUROPA CI ASCOLTA SOLO GRAZIE AI LAVORATORI
“Se oggi l’Europa ci ascolta un po’ di più è solo grazie alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori”, ha affermato Rocco Palombella, ricordando la mobilitazione del 5 febbraio 2025 a Bruxelles contro un Green Deal e regole che stavano mettendo in ginocchio l’automotive europeo. A un anno di distanza, il sindacato tornerà nuovamente a Bruxelles il 5 febbraio per chiedere un intervento concreto dell’Unione europea contro il rischio reale di desertificazione industriale.
LE RICHIESTE RESTANO SENZA RISPOSTA
Già nell’incontro del marzo 2025 al MIMIT le richieste erano state chiare: un cambio di approccio europeo, un intervento del Governo su ammortizzatori sociali e costo dell’energia e, da Stellantis, modelli ibridi in tutti gli stabilimenti e il rilancio dei siti produttivi.
“Oggi dobbiamo dirlo senza giri di parole: che fine ha fatto il Piano Italia di Stellantis?”, ha chiesto Palombella, ricordando come la Uilm fosse stata l’unica a denunciarne fin da subito l’inconsistenza.
I NUMERI DI UN FALLIMENTO
I fatti hanno confermato quelle preoccupazioni. Il 2025 si è chiuso come un anno nero: in due anni la produzione è passata da 750 mila veicoli a 380 mila, quasi dimezzata. L’obiettivo del milione di veicoli all’anno indicato come raggiungibile si è rivelato un fallimento.
Il caso simbolo resta Termoli. La Gigafactory, annunciata come perno della transizione industriale e occupazionale e prevista operativa nel 2026, oggi di fatto non esiste più. L’ipotesi che l’investimento venga spostato all’estero non è più una suggestione, mentre lavoratori e indotto restano sospesi nell’incertezza.
STABILIMENTI IN AFFANNO E CASSA INTEGRAZIONE
Negli altri siti la situazione non è migliore: rinvii continui dei nuovi modelli, cassa integrazione diffusa e uscite incentivate. Oltre il 50% dei dipendenti italiani è coinvolto negli ammortizzatori sociali, con lo Stato che sostiene i costi mentre Stellantis continua a distribuire dividendi miliardari agli azionisti.
INVESTIMENTI ALL’ESTERO E FILIERA A RISCHIO
La strategia del gruppo è ormai evidente. Investimenti miliardari negli Stati Uniti, in Nord Africa e in Sud America, nuove assunzioni in Francia, mentre in Italia produzione e prospettive si riducono. Anche l’elettrico viene realizzato fuori dai confini nazionali, lasciando al Paese solo produzioni marginali. “Non è vero che Stellantis ha mollato l’elettrico per colpa del Green Deal”, ha ribadito il leader Uilm. “L’elettrico lo fa, ma lo fa fuori dall’Italia”.
UNA QUESTIONE POLITICA
La crisi dell’automotive non è congiunturale, ma il risultato dell’assenza di una vera politica industriale. Il Paese rischia di restare ostaggio delle scelte di una multinazionale che ha costruito la propria forza anche grazie a risorse pubbliche, fornitori e competenze italiane.
“Qui non si parla solo di numeri, ma del ruolo dello Stato», ha concluso Palombella. “Servono impegni vincolanti su produzione, occupazione e investimenti. Senza lavoro non c’è transizione, non c’è industria, non c’è futuro. E questo futuro non lo regaleremo a nessuno”.
