di Loretta Tani
Negli ultimi dieci anni l’Italia ha vissuto una forte crisi demografica, più intensa rispetto ad altri Paesi europei. Dal 2014 al 2024 la popolazione si è ridotta di circa 1,4 milioni di persone, e quasi un milione di queste perdite riguarda le regioni meno sviluppate del Paese, in particolare il Mezzogiorno.
Il Sud non perde solo abitanti, ma soprattutto giovani. Nel solo 2024, più della metà delle persone che hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord aveva tra i 25 e i 34 anni, e oltre la metà era laureata. Tra le donne il fenomeno è ancora più marcato: quasi 7 giovani su 10 che si spostano sono laureate. È una vera e propria fuga di competenze che impoverisce i territori e ne indebolisce le prospettive future.
Alla base di queste scelte ci sono soprattutto le difficoltà legate al lavoro. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione dei giovani tra i 25 e i 34 anni si ferma al 63%, contro una media nazionale di oltre il 75%. Il divario è ancora più forte per le donne: lavora poco più di una donna su due, mentre a livello nazionale il dato supera il 67%. Anche gli stipendi sono più bassi: i salari medi annui nel Sud sono inferiori di oltre 5.000 euro rispetto alla media italiana.
Queste condizioni alimentano lo spopolamento e accelerano l’invecchiamento della popolazione, con effetti diretti sui servizi essenziali. La scuola è uno degli ambiti più colpiti. Secondo le previsioni, entro il 2035 mancheranno all’appello oltre 500.000 alunni nella scuola primaria, quasi 200.000 dei quali nel Mezzogiorno. In molte regioni del Sud il calo supererà il 20% e circa 3.000 comuni italiani rischiano di perdere l’unica scuola primaria, quasi la metà dei quali si trova nelle regioni meridionali.
La chiusura delle scuole non è solo una conseguenza dello spopolamento, ma anche una sua causa: senza servizi educativi di prossimità, le famiglie sono più spinte a lasciare i territori, soprattutto nelle aree interne e nei piccoli comuni.
Per interrompere questo circolo vizioso è fondamentale rafforzare i servizi pubblici, garantendo pari diritti a tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo in cui vivono. In questo quadro, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta un’occasione decisiva, in particolare per quanto riguarda i servizi per l’infanzia.
L’investimento sugli asili nido può produrre un doppio effetto positivo: da un lato aiuta le famiglie, permettendo ai genitori – soprattutto alle madri – di conciliare lavoro e cura; dall’altro crea nuova occupazione in un settore a forte presenza femminile. Oggi, nel Mezzogiorno, lavora solo il 41,8% delle madri con un figlio, contro oltre il 70% nel Nord.
Il PNRR prevede la creazione di oltre 150.000 nuovi posti negli asili nido, con una quota rilevante destinata al Sud. Grazie a questi investimenti, tra il 2022 e il 2025 la copertura dei posti nido nel Mezzogiorno è raddoppiata, passando da circa 7 a quasi 14 posti ogni 100 bambini, anche se resta ancora lontana dai livelli del Centro-Nord, dove si superano i 21 posti.
Completare tutti i progetti previsti è quindi essenziale per ridurre davvero i divari territoriali. Ma non basta. Per dare continuità a questi risultati serviranno ulteriori risorse e politiche di welfare capaci di rafforzare scuola, servizi e lavoro.
Proteggere il Sud significa, prima di tutto, non rassegnarsi all’idea che partire sia l’unica possibilità per chi nasce e cresce in questi territori. Significa scegliere di investire nelle persone, nelle famiglie, nei bambini e nelle bambine, offrendo loro servizi, diritti e opportunità concrete. Le scuole e i servizi per l’infanzia non sono solo strutture: sono presìdi di futuro, di comunità e di speranza. Rafforzarli vuol dire dare al Mezzogiorno la possibilità di restare, crescere e credere di nuovo in sé stesso.
