La morte di un operaio specializzato di 46 anni, precipitato da oltre sette metri nell’acciaieria 2 dello stabilimento ex Ilva di Taranto, non è solo una tragica notizia di cronaca. È l’ennesima conferma di una crisi che non riguarda soltanto il futuro industriale del più grande polo siderurgico d’Europa, ma investe direttamente la sicurezza, la manutenzione degli impianti e la responsabilità delle scelte – e delle non scelte – compiute negli ultimi anni.
“È una tragedia che doveva essere evitata e che rende drammatica una situazione già fortemente compromessa”, ha dichiarato il Segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, sottolineando come le denunce sindacali sui mancati investimenti in manutenzione e sicurezza non siano mai state ascoltate fino in fondo. Un incidente che impone una riflessione seria sulle responsabilità e che riporta al centro un dato ormai evidente: senza una governance solida, investimenti certi e una strategia industriale chiara, anche la sicurezza diventa una variabile sacrificabile.
FUTURO APPESO A UN FILO
In questo contesto, il futuro dell’ex Ilva appare appeso a un filo e riguarda molto più di una semplice operazione societaria. In gioco ci sono la credibilità della politica industriale del Paese, la tenuta occupazionale di uno dei principali asset strategici nazionali e il destino di oltre 20mila lavoratori, compresi quelli dell’indotto e di Ilva in AS. La scelta dei commissari di avviare una trattativa in esclusiva con il fondo statunitense Flacks Group apre più interrogativi che certezze e impone un chiarimento immediato da parte del Governo.
UN’OFFERTA CHE PREOCCUPA
La proposta di Flacks Group è, di fatto, l’unica sul tavolo per l’acquisto dell’intero gruppo ex Ilva. Un elemento che, da solo, rappresenta un primo campanello d’allarme. Si tratta di un fondo di investimento privo di una reale storia industriale nel settore siderurgico, senza esperienze dirette nella produzione dell’acciaio e con un piano industriale che resta opaco, conosciuto finora solo attraverso indiscrezioni di stampa. Un quadro che alimenta le preoccupazioni dei sindacati e degli addetti ai lavori, soprattutto alla luce delle condizioni attuali degli impianti.
OCCUPAZIONE E PRODUZIONE: I NUMERI NON TORNANO
Secondo le informazioni circolate, il piano ipotizzerebbe circa 8.500 addetti e una produzione intermedia di 4 milioni di tonnellate. Numeri che appaiono difficilmente sostenibili nel medio periodo e che rischiano di tradursi, ancora una volta, in cassa integrazione strutturale ed esuberi mascherati. Uno scenario già visto, che ha prodotto precarietà, impoverimento industriale e un progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro, come dimostrano anche i continui incidenti negli stabilimenti.
IL RUOLO DELLO STATO È DECISIVO
Proprio alla luce di questa emergenza industriale e sociale, prende sempre più corpo l’ipotesi di una partecipazione diretta dello Stato fino al 40%. Per la Uilm, però, non può trattarsi di una presenza simbolica o di semplice accompagnamento finanziario. Servono poteri reali e vincolanti, capaci di garantire investimenti certi sulla decarbonizzazione, sul risanamento ambientale, sulla continuità produttiva e, soprattutto, sulla sicurezza dei lavoratori.
La tragedia di Taranto dimostra che il tempo delle soluzioni tampone è finito: senza un intervento pubblico forte, il rischio è che la logica finanziaria prevalga su quella industriale, con conseguenze irreversibili per l’occupazione e per la tutela della vita umana.
CHIAREZZA SUBITO, NON A FATTO COMPIUTO
La richiesta della Uilm è netta: prima di qualsiasi decisione definitiva è indispensabile un confronto urgente a Palazzo Chigi, alla presenza della presidente del Consiglio. Non sono accettabili accordi preconfezionati da ratificare a giochi fatti. Piano industriale, investimenti tecnologici e ambientali, livelli occupazionali e governance devono essere oggetto di una vera negoziazione, trasparente e vincolante.
UN’EMERGENZA INDUSTRIALE E SOCIALE
Nel frattempo, la situazione negli stabilimenti resta drammatica. Lo spegnimento progressivo degli impianti, il nuovo rigetto della Procura alla richiesta di dissequestro dell’Afo 1 e l’assenza di piani alternativi rendono sempre più concreto il rischio di una chiusura definitiva a partire dal primo marzo. Un epilogo che avrebbe conseguenze devastanti per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale. A ribadirlo è ancora Palombella: “Il destino dell’ex Ilva e di oltre 20mila lavoratori non può essere lasciato nelle mani di un fondo di investimento. Senza un ruolo centrale e forte dello Stato, questa vicenda è destinata a ripetere gli errori del passato. E questa volta sarebbe davvero imperdonabile”.
