Ex Ilva, rischio chiusura e tensioni sociali: urgente una convocazione a Palazzo Chigi

La crisi dell’ex Ilva entra in una fase ancora più critica, contrassegnata da fragilità industriale, emergenza occupazionale e crescente tensione sociale nei territori coinvolti. Gli interventi delle ultime settimane della Uil e della Uilm delineano un quadro preoccupante: gli stabilimenti sono quasi fermi, migliaia di lavoratori sono coinvolti negli ammortizzatori sociali e manca un piano industriale realistico che garantisca continuità.
Nel corso dell’audizione del 9 dicembre presso la IX Commissione del Senato, la Uil e la Uilm hanno chiarito che le risorse previste dall’articolo 1 del disegno di legge n. 1731 – circa 100 milioni residui del DL 92/2024 – non sono sufficienti a riavviare gli impianti né ad assicurare una reale continuità industriale. Secondo le organizzazioni, tali fondi eviterebbero appena lo spegnimento definitivo, considerando perdite che arrivano fino a 60 milioni al mese. Attualmente un solo altoforno è operativo e “a marcia ridotta e discontinua”.

INDOTTO AL COLLASSO
Il sindacato denuncia il rischio concreto del collasso dell’indotto, già colpito dall’avvio delle prime procedure di licenziamento a Taranto, a partire da Semat e Pitrelli. A questo si aggiunge il massiccio ricorso alla cassa integrazione: 4.550 lavoratori già coinvolti – senza accordo sindacale – e la prospettiva di arrivare a 6.000 unità in caso di attuazione del “piano corto” presentato l’11 novembre dal ministro Adolfo Urso. Numeri che si sommano ai 1.500 lavoratori in Ilva AS in CIG dal 2018.
Sul fronte della formazione prevista dall’art. 4 del DDL, la Uilm solleva forti perplessità: parlare di riqualificazione tecnologica senza un vero piano di decarbonizzazione e senza investimenti dedicati appare un esercizio teorico.
La valutazione complessiva è chiara: il DDL non offre una prospettiva di rilancio a medio-lungo termine e rischia solo di rimandare un epilogo già scritto.

VICINI ALLA CHIUSURA
Già il 2 dicembre il Segretario generale Uilm Rocco Palombella aveva dichiarato che la situazione è “arrivata a un punto di non ritorno”. Gli scioperi a oltranza negli stabilimenti di Genova e Taranto testimoniano l’esasperazione crescente e la richiesta urgente di un intervento del Governo.
Secondo Palombella, la priorità assoluta è l’archiviazione del “piano corto”, definito un “piano di morte”, ritenuto incapace di garantire futuro industriale, tutela occupazionale e coerenza con gli obiettivi ambientali europei. Da qui la richiesta di una convocazione immediata a Palazzo Chigi, con la presenza della Presidente del Consiglio, per una presa di responsabilità politica diretta.
“La fabbrica del futuro – ribadisce Palombella – deve essere green, realmente decarbonizzata e capace di conciliare ambiente, salute e lavoro. Questa è l’unica strada”.

AGGRESSIONE A GENOVA
Il quadro, già complesso, è ulteriormente degenerato il 5 dicembre, quando alcuni dirigenti Uilm sono stati aggrediti a Genova da un gruppo di esponenti Fiom poco prima di una diretta televisiva su Rai3. Un episodio gravissimo, duramente condannato da Palombella, che ha definito l’accaduto incompatibile con la cultura e la responsabilità che devono caratterizzare l’azione sindacale.
Il Segretario generale ha espresso solidarietà ai colleghi feriti e ha chiesto una condanna unanime da parte delle Istituzioni, ribadendo che la Uilm continuerà la propria azione “con la massima serietà” a difesa di tutti gli stabilimenti ex Ilva.

POSIZIONE UNITARIA DA TARANTO
Dalla riunione del consiglio di fabbrica del 12 dicembre a Taranto è arrivato un nuovo messaggio forte e condiviso: lavoratori, sindacati e istituzioni locali non intendono accettare il percorso di chiusura delineato dal “piano corto” del ministro Urso.
Dopo il documento firmato il 16 ottobre tra il sindaco di Taranto e i sindacati, oggi è stato sottoscritto un nuovo testo con Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto, che ribadisce supporto e disponibilità a sostenere un vero rilancio industriale, ambientalmente e socialmente compatibile. Il documento respinge ogni alibi relativo alla mancanza di condizioni abilitanti per gli investimenti.
Nel corso dell’incontro è stato rilanciato anche un appello all’unità tra lavoratori, organizzazioni sindacali e politica impegnate nella vertenza ex Ilva, confermando la possibilità concreta di realizzare tre forni elettrici a Taranto e quattro DRI per garantire la capacità produttiva necessaria ad alimentare anche gli stabilimenti del Nord.
“Tocca ora alla Presidente del Consiglio – dichiarano Guglielmo Gambardella e Davide Sperti – scegliere se rilanciare Taranto e l’intera siderurgia italiana o assumersi la responsabilità della chiusura dell’Ilva, con conseguenze economiche, sociali e ambientali che segneranno la storia del Paese. Presidente Giorgia Meloni, batta un colpo”.

NUOVE OFFERTE PER L’EX ILVA
Nel frattempo, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia AS e Ilva AS hanno comunicato che, entro la scadenza della mezzanotte del 12 dicembre, sono arrivate due offerte per l’acquisto dei complessi aziendali: quella del Flacks Group e quella della Bedrock Industries.
I commissari esamineranno ora la completezza e la conformità delle proposte. La procedura di gara resta comunque aperta: eventuali soggetti interessati potranno presentare un’offerta migliorativa rispetto a quelle già pervenute.

FUTURO DELLA SIDERURGIA
La crisi dell’ex Ilva riguarda non solo l’industria, ma la politica industriale nazionale, la sicurezza energetica, la sostenibilità ambientale e l’idea stessa di futuro del Paese. La chiusura definitiva avrebbe conseguenze devastanti per circa 20mila lavoratori, tra diretti e indotto, e per intere comunità già segnate da anni di incertezza.
Manca ancora un soggetto industriale solido e credibile per guidare il rilancio, mentre i tentativi di coinvolgere investitori privati sono finora falliti. Senza una scelta politica immediata, la prospettiva della chiusura non è più remota, ma concreta. Non si tratta più di gestire l’emergenza, ma di evitare la dissoluzione di un settore strategico per il Paese.

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