La convocazione del MIMIT per il 28 novembre, arrivata dopo giorni di proteste, assemblee e scioperi, non rappresenta la svolta che migliaia di lavoratrici e lavoratori attendono da mesi. È per questo che Fim, Fiom e Uilm hanno scelto di non partecipare a un incontro che, ancora una volta, non affronta la vertenza Ex Ilva nella sua interezza, né indica una reale prospettiva industriale.
Negli ultimi giorni, il Governo ha riproposto un’impostazione che già abbiamo conosciuto: convocazioni parziali, tavoli divisi per territorio, una gestione frammentata che non tiene insieme Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e tutti gli stabilimenti della filiera. Una scelta che non rispecchia la realtà: Ex Ilva è un’unica grande vertenza nazionale, e come tale deve essere trattata.
IL “PIANO CORTO”: MIGLIAIA DI FAMIGLIE SENZA RISPOSTE
Il cosiddetto piano presentato dal Governo non è un progetto industriale, ma un arretramento. Prevede 6mila lavoratori in cassa integrazione, senza alcuna garanzia sul futuro produttivo e occupazionale dopo febbraio. Una gestione definita dalle organizzazioni sindacali «rinunciataria e pericolosa», perché rischia di trasformare l’emergenza temporanea in chiusura definitiva.
La Uilm, attraverso le parole del Segretario generale Rocco Palombella, è stata chiara: “È una procedura che prepara il disimpegno totale. Chiediamo di fermare questa deriva prima che sia troppo tardi”.
Perché parlare di “cassa per formazione”, quando non esiste un piano di rilancio, significa solo mascherare l’azzeramento delle produzioni. E a pagarne il prezzo sarebbero oltre 10mila lavoratori diretti e 5mila dell’indotto, intere comunità che già vivono da anni in un limbo fatto di incertezza, sacrifici e promesse non mantenute.
NESSUNA CHIUSURA FA BONIFICHE
La chiusura degli stabilimenti non risolve l’emergenza ambientale, anzi la aggrava. Lo ha ribadito la Uilm: senza un’attività industriale capace di sostenere i costi e la programmazione degli interventi, non esiste alcun percorso di risanamento vero. Chi pensa che “spegnere” Ex Ilva sia la scorciatoia per riparare anni di errori, sbaglia. La verità è un’altra: la chiusura lascerebbe macerie sociali e ambientali, senza prospettive per il territorio.
PERCHÉ LA CONVOCAZIONE DEL MIMIT NON BASTA
Il tavolo convocato dal ministro Urso, anche dopo l’allargamento ai siti del Nord, resta insufficiente. I sindacati chiedono una sola cosa, tanto semplice quanto decisiva: un tavolo nazionale a Palazzo Chigi, con il Governo e con tutti i soggetti coinvolti, per discutere un vero piano industriale. Non incontri a pezzi, non passerelle istituzionali, non discussioni su un piano che porta alla chiusura.
Senza una convocazione unitaria, la partecipazione di Fim-Fiom-Uilm sarebbe solo una copertura politica a un percorso che non condividono.
MOBILITAZIONE APERTA. LA VERTENZA CONTINUA
Lo sciopero di 24 ore proclamato dalla Uilm su tutti i siti, le assemblee e le iniziative territoriali dimostrano che la mobilitazione non si ferma. La vertenza Ex Ilva non è un capitolo chiuso: è una battaglia centrale per il futuro dell’industria italiana, per l’occupazione, per la dignità del lavoro.
Fim-Fiom-Uilm restano disponibili al confronto, ma solo se il Governo ritirerà il piano attuale e aprirà un negoziato vero, fondato su investimenti, lavoro, ambiente e responsabilità.
Perché senza un progetto industriale non c’è futuro, e senza futuro non c’è nessuna giustificazione per lasciare nell’incertezza migliaia di lavoratori e un intero Paese.
