Donne, Lavoro, Europa – le fondatrici e le sostenitrici. Ricentrare l’Europa con la sensibilità delle donne

di Loretta Tani

Lo scorso 9 maggio ho avuto il piacere di partecipare a una riunione promossa e organizzata dall’Ufficio Internazionale della UIL e da Caterina Cedrone, figlia di Carmelo Cedrone, quest’ultimo fu una figura di rilievo nel panorama sindacale internazionale e convinto europeista. Fin dal 1989, Carmelo Cedrone lavorò sui temi europei all’interno della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) in qualità di rappresentante della UIL, e nel 2016 ricoprì l’incarico di Segretario Generale del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME).
L’incontro si è svolto a San Donato Val di Comino, ospiti del sindaco Enrico Pittiglio. La mattinata è stata ricca di contributi e riflessioni, nel corso della quale sono emerse con forza le criticità che stiamo affrontando in questa complessa fase storica. Un’occasione preziosa di confronto su temi europei, sociali e politici, che conferma quanto sia necessario oggi più che mai un dialogo aperto e consapevole sulle sfide che ci attendono.

Caterina Cedrone

Le protagoniste dimenticate del Manifesto di Ventotene

Il Manifesto di Ventotene è giustamente celebrato come pietra miliare dell’idea di un’Europa unita e democratica, ma troppo spesso si dimentica il contributo fondamentale delle donne che ne hanno reso possibile la diffusione e la sopravvivenza. Figure come Ursula Hirschmann e Ada Rossi non solo hanno sostenuto i protagonisti più noti, ma hanno agito in prima linea, spesso nell’ombra, per difendere valori di libertà, giustizia e inclusione. Ricordarle, significa dare al progetto europeo una memoria più autentica e completa, in cui il ruolo delle donne non sia più considerato secondario, ma riconosciuto come essenziale fin dalle origini.

Cinzia del Rio ( Presidente SOC CESE- Dipartimento Internazionale UIL)

Dopo le elezioni europee: un’Unione che cambia volto, ma a quale prezzo?

Le recenti elezioni europee hanno segnato una svolta nei rapporti di forza all’interno dell’Unione. Le nuove alleanze politiche emerse mostrano una visione diversa dell’Europa, con priorità che si allontanano sempre più dai temi sociali, ambientali e green. La composizione della nuova Commissione Europea riflette questo cambiamento: tra i suoi componenti si nota un interesse minore per la sostenibilità, l’inclusione e la solidarietà.

In questo scenario, diventa urgente ribadire il valore di credere nell’Europa e difenderne l’impianto democratico. Occorre tutelare i diritti fondamentali sanciti nei trattati: la libertà di stampa, la libertà di manifestare, la protezione contro l’esodo demografico. Eppure, tutto ciò sembra passare in secondo piano: oggi la priorità politica appare essere quasi esclusivamente la difesa.

Le risorse vengono infatti spostate verso il comparto militare, a scapito delle politiche sociali, della cittadinanza e della transizione ecologica. Questo spostamento non è neutro: sottrarre fondi a questi ambiti significa minare le basi di una società europea giusta e sostenibile. La politica sociale viene sempre più delegata ai singoli Stati membri, spezzando il principio di una responsabilità comune.

Anche sul fronte sindacale il panorama è conflittuale. Alcune sigle accolgono la militarizzazione come una necessità, mettendo da parte la difesa della qualità del lavoro. In questo modo vengono compromessi diritti fondamentali come condizioni di lavoro eque, stabilità e tutela salariale.

Il modello sociale europeo, a lungo considerato un pilastro distintivo dell’Unione, è oggi sotto pressione. La centralità della competitività e della produttività rischia di prevalere su quella dei diritti collettivi, innescando una deriva in cui ogni Stato pensa solo al proprio interesse nazionale. A perdere, in questo processo, è l’idea stessa di Europa come comunità di valori.

Sonia Ostrica (Coordinatrice Pari Opportunità UIL)

La certificazione di genere

La certificazione di genere nasce con l’obiettivo di promuovere la parità all’interno delle organizzazioni, ma presenta numerose criticità. In molti casi, viene utilizzata più come strumento di marketing che come leva concreta di cambiamento, generando fenomeni di gender washing. Il processo appare spesso eccessivamente burocratico, focalizzato sulla produzione documentale piuttosto che su una reale trasformazione culturale.

Gli standard applicati, inoltre, non sono sempre adeguati alle diverse dimensioni e tipologie aziendali, penalizzando in particolare le piccole imprese, che si trovano ad affrontare costi elevati e una notevole complessità amministrativa. L’eccessiva enfasi su indicatori quantitativi può restituire una visione distorta della parità, trascurando aspetti più profondi e qualitativi, come il clima lavorativo o le micro-discriminazioni.

Una volta ottenuta la certificazione, non sono previsti controlli successivi né verifiche, nemmeno a campione. Si è verificato, ad esempio, che un’azienda certificata sia stata sanzionata per il ricorso alle dimissioni in bianco, senza che ciò comportasse la revoca della certificazione.

Permane inoltre incertezza sulla durata della certificazione: la prassi UNI/PdR 125 prevede una revisione triennale, ma non è chiaro se la certificazione acquisita decada automaticamente alla riapertura del processo di rinnovo. Tale revisione dovrebbe avvenire a breve. Va considerato anche che la prima tornata di certificazioni è stata finanziata con fondi del PNRR; al momento non è noto se saranno disponibili ulteriori risorse pubbliche per i rinnovi, il che potrebbe scoraggiare soprattutto le micro, piccole e medie imprese dal proseguire nel percorso.

Resta infine il nodo della partecipazione sindacale. Al momento non è chiaro se i sindacati saranno coinvolti nella revisione della prassi, nonostante le tre principali sigle confederali ne abbiano richiesto il coinvolgimento fin dall’entrata in vigore della norma. Vedremo se questa volta verranno ascoltati.

Le statistiche di genere fanno emergere quali sono gli ostacoli per una donna

Nonostante una crescita dell’occupazione femminile, l’Italia continua a registrare un divario significativo rispetto alla media europea, con forti disparità tra le diverse aree del Paese. L’istruzione superiore rappresenta un fattore importante per contrastare le disuguaglianze, ma non basta a colmare le difficoltà che le donne incontrano nel mercato del lavoro. Restano infatti più esposte alla precarietà, con un’alta incidenza di part-time involontario e scarse possibilità di accedere a ruoli dirigenziali, a causa del persistente “soffitto di cristallo”. Un altro elemento critico riguarda il peso del lavoro di cura e delle responsabilità familiari, che incide fortemente sulla partecipazione femminile all’attività lavorativa.

Lavoro e diritti sono oggi sotto attacco, in un contesto in cui persiste una netta divisione dei ruoli tra uomini e donne, mentre l’uso sistematico del linguaggio al maschile rivela come il potere continui a essere rappresentato e percepito come prerogativa maschile.

Maria Antonietta Priolo (UIM)

Immigrazione emigrazione dell’Italia

L’Italia si trova oggi al centro di un duplice fenomeno migratorio: da un lato continua a essere una delle principali destinazioni europee per l’immigrazione, dall’altro è anche un paese di emigrazione, soprattutto giovanile. Da decenni, il territorio italiano accoglie un numero significativo di cittadini stranieri, attirati principalmente da opportunità lavorative – in particolare nei settori dell’agricoltura, dell’assistenza familiare e dell’edilizia – ma anche per motivi di ricongiungimento familiare o per richiedere asilo politico. I principali Paesi di provenienza sono Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Bangladesh, India e Filippine. Secondo i dati del 2023, gli stranieri residenti in Italia sono circa 5,2 milioni, pari all’8,8% della popolazione. Un numero consistente di richiedenti asilo arriva attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, provenendo da Paesi africani e asiatici in crisi. Tuttavia, l’immigrazione solleva ancora molte sfide complesse, tra cui la regolarizzazione, l’accoglienza, l’integrazione, lo sfruttamento lavorativo e la percezione sociale spesso distorta.

Parallelamente, l’Italia continua a perdere capitale umano prezioso a causa dell’emigrazione, che coinvolge in particolare giovani e professionisti qualificati. Le motivazioni principali sono legate alla mancanza di opportunità lavorative, alla precarietà, ai salari bassi e al desiderio di costruirsi un futuro all’estero. Le mete preferite includono Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia, Spagna, Stati Uniti e Australia. Secondo l’AIRE, nel 2023 oltre 5,9 milioni di cittadini italiani risultano residenti all’estero, con un numero crescente di espatri recenti. Il fenomeno noto come “fuga di cervelli” riguarda sempre più laureati e professionisti specializzati, che spesso incontrano notevoli ostacoli nel tentativo di rientrare in Italia, a causa della carenza di opportunità adeguate al loro profilo. Questo doppio movimento migratorio riflette le contraddizioni del sistema economico e sociale italiano, che da un lato necessita di forza lavoro migrante, e dall’altro non riesce a trattenere i propri talenti.

Partecipare a questo incontro è stato, per me, un momento di profonda consapevolezza e responsabilità. Le voci ascoltate, le storie condivise, i volti delle donne che hanno tracciato e continuano a tracciare la strada per un’Europa più giusta, più inclusiva, più umana… mi hanno scosso dentro.

Ho sentito, forte, il peso della memoria ma anche la spinta del futuro. Un futuro che non può più permettersi di relegare ai margini il contributo delle donne, né di sacrificare diritti, dignità e partecipazione per far spazio a priorità che dimenticano le persone.

Oggi, più che mai, sento che la sfida è anche mia. È nostra. E parte da uno sguardo diverso: quello che solo la sensibilità, la determinazione e l’intelligenza collettiva delle donne possono offrire per ricentrare l’Europa nel segno dell’umanità e della giustizia sociale.

Con gratitudine, e con la volontà di continuare a camminare in questa direzione, insieme.

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